VITE MINUSCOLE

 
 

  

     Un libro che fa pensare e dunque, meritando appieno i riconoscimenti che ha avuto, in Italia tardivamente forse a causa di una divisione in capitoli che assomigliano a racconti; in Italia un esordiente - Vite minuscole è l’esordio letterario di Michon - per essere certo di un rifiuto non ha che da proporre a un editore un manoscritto di racconti -, ha ragione di esistere.

    Con il linguaggio letterario ma non saccente e parco di dialoghi cui è aduso, Michon racconta la storia “minuscola” di quattordici personaggi, pur anche se l’indice e il primo risvolto di copertina ne enumerano dieci, dovendosi, a mio avviso, aggiungerne altri quattro, Tussaint, Fiéfié, Elise, e lo stesso Pierre Michon, voce narrante. Gli otto capitoli sono dedicati,  come 33 anni appresso farà l’autore di Silenzio muto, a uno o due personaggi; ne evocano la vita nella titolazione epperò si limitano a tratteggiarne, sia pure magistralmente, solamente alcune vicende,  altrimenti ne sarebbe risultato un tomo ben più voluminoso, e perciò non consentono al libro di essere annoverato tra i romanzi di formazione; essi presentano un filo conduttore comune: cantano -e mi si passi il verbo perché come altro potrebbero definirsi pagine che invero, oltre a evocare, a volte esplicitamente, Rimbaud, Conrad, Faulkner, Melville e, da subito, con quel “a oriente di Suez”, Kipling, pagine su cui, con musicalità da poeta, Michon scrive: “nell’ubriacatura della morte, che di mille vini è fatta” o “fuori, goccia a goccia, la neve ridiventava pioggia” e ancora: “possa nelle mie finte estati il loro inverno indugiare”?-; cantano, dicevo, vincendo il “bianco ostinato della pagina” le vicende di personaggi minuscoli “votati all’oblio” e dall’oblio riscattati da quel canto?

    In quel “bianco ostinato della pagina” c’è tutta la faticosa ricerca del proprio registro dello scrivere di Michon.

    Vite minuscole, i quarant’anni ormai alle spalle, è l’esordio letterario di un autore che, soltanto dopo aver rinunciato “a voler fare l’intellettuale per forza” e a voler scrivere “come un autore d’avanguardia, in modo intelligente, universale, aperto a tutto” - la lunga gestazione di Vite minuscole (1977-1983) lo attesta - finalmente si rende conto che non è svincolandosi dalle sue origini contadine, provinciali e forse scialbe che potrà “accedere, eventualmente, all’universale” ma è proprio da lì che deve partire.

    Vite minuscole non è un’autobiografia ma è fortemente autobiografico: attraverso la narrazione di biografie romanzate, Michon racconta se stesso, i suoi pensieri, il suo sentire, un amore giovanile, il suo dolore per l’abbandono del padre, le sue difficoltà nello scrivere.


    Il libro è scritto in prima persona, cosa che indubitabilmente rende la pagina meno “ostinata” a restare bianca dinanzi all’ansia dello scrittore, ansia che ha ben conosciuto Francis Scott Fitzgerald, e che più sollecitamente cattura l’attenzione del lettore; il prezzo però da pagare è alto, la voce narrante non può riferire fatti, né descrivere gli stati d’animo di un personaggio senza dichiararsi presente. Michon contrariamente a troppi “scrittori” che nemmeno si pongono il problema, facendo riferire alla voce che narra in prima persona fatti e situazioni avvenuti in sua assenza e che non avrebbe potuto conoscere, come per esempio avviene con Elena Greco, detta Lenù, personaggio di una fortunatissima serie di romanzi, il problema se lo pone e lo risolve brillantemente, dato che le sue pagine ne risultano addirittura arricchite, con una serie di “forse ... mi immagino che ... si dovrà quindi immaginare che ... non ho dubbi che ... probabilmente ... oso pensare che” nel primo caso, e con espressioni che presentano situazioni alternative, lasciate alla scelta del lettore, del tipo: “il padre continua a sbraitare o è di colpo ammutolito ... si sente cigolare la porta tarlata della chiesa, ma può anche essere quella di una stalla, o lo scricchiolare di due rami” nel secondo. Ovviamente, di fronte alla narrazione di Michon, non si può essere pignoli fino al punto di osservare che comunque, qualunque ne sia stata la causa, quello scricchiolio c’è stato. Come ne ha avuto contezza la voce narrante?

    Questo è il motivo per il quale preferisco scrivere in terza persona.

   








GENEALOGIA

(i personaggi principali sono in grassetto, se ad essi non è dedicato un capitolo sono tra parentesi; i personaggi secondari non sono in grassetto)














































IL LIBRO



    Cronologicamente, la prima vita ad essere raccontata sarebbe dovuta essere quella di Antoine Peluchet, ammesso che Michon avesse inteso scrivere una saga famigliare ma, come quasi sempre avviene, la penna, una volta iniziata la non più vergine pagina al piacere del rapporto amoroso a tre con lo scrittore, se ne va per conto suo a scandagliare le acque profonde di quest’ultimo e, per Michon, si addentra nella selva oscura dei suoi fantasmi, forse nella speranza di esorcizzarli; primo fra tutti quello dell’Assenza.

Vite minuscole è un libro sull’Assenza.

    A cominciare da quella del padre di Michon che abbandona la famiglia, segnando l’autore in maniera indelebile. Queste le sue parole: “Andrée e Aimé mi procrearono; due anni più tardi il comandante guercio come un pirata prese il largo, e da allora, nell’assenza, regnò senza rivali, scandendo la mia vita vana.”, precedute da una serie di altre: “Parlarono, con imbarazzo, di mio padre che si era dileguato”; “Lì potei toccare le assenze che minavano quei muri, il passato incolmabile e i figli ingrati del tempo ingrato, mio padre, io stesso, e alla fine il mondo intero del quale avevamo preso il posto, tutti spettri per i due vecchi spettri, tutte assenze”; “la faceva sentire oppressa e svuotata dall’assenza di mio padre”; “figlio perpetuo dell’onniassenza del padre”. Il libro parla anche del senso di inadeguatezza e dell’umiliazione che ne consegue, assenza di autostima e di consapevolezza della propria dignità di persona; parla anche di una pagina che “si ostina” a restare bianca, assenza di parole atte a significare appieno il pensiero dello scrittore; parla anche della morte, assenza definitiva. Quasi tutti i personaggi del libro muoiono, e non soltanto gli antenati come è ovvio o il vecchio père Foucault com’è naturale, ma anche André nella sua maturità e il giovane Rémi Bakroot, fratello di Roland; muore Georges Bandy, prete che, una volta brillante oratore e teologo diventa un ubriacone sciatto e trasandato, “un contadino alcolista che confessava gli svitati”; muore a sei mesi la sorellina Madeleine, la bambina morta dell’ultimo capitolo.

    Il libro inizia con il raccontare la vita di André Dufourneau, trovatello adottato -“bastava che il piccolo mangiasse, avesse un tetto e imparasse a contatto con i ragazzi più grandi i pochi gesti necessari a quel sopravvivere che per lui sarebbe stato un vivere”- da Paul e Philomène, bisnonni materni di Michon, per averne un aiuto sui campi. I due contadini hanno anche una figlia, Elise, più vecchia di dieci anni di André, che si occupa dell’istruzione elementare del bambino. André si mostra intelligente e rapido nell’apprendere tanto che, riconducendo “le gerarchie intellettuali a quelle sociali”, tutti pensano che sia “figlio naturale di un signorotto del luogo” e, trattandolo con “un vago senso di rispetto”, inveterano in lui la convinzione di averne pieno e naturale diritto fino a quando, chiamato al servizio militare, vede e sente parlare le persone elegantemente vestite della città e “capisce di essere un contadino”. Per descrivere il suo stato d’animo, stanti le limitazioni imposte dallo scrivere in prima persona, Michon scrive: “Non sapremo mai quanto soffrì, in quali circostanze si rese ridicolo, il nome del caffè dove si ubriacò”. Dall’umiliazione sofferta André matura la decisione di emigrare in Africa -“Laggiù diventerò ricco o morirò”-, dove un contadino cessava di essere tale per diventare un “Bianco”, ma “come tutti i parvenu che vengono così chiamati solo perché non riescono a far dimenticare le proprie origini né agli altri né a se stessi, e che tra i ricchi sono poveri in esilio senza speranza di ritorno, Dufourneau probabilmente era stato tanto più spietato con gli umili quanto più si rifiutava di riconoscere in loro l’immagine di ciò che non aveva mai smesso di essere”. Per questo muore “proprio per mano di coloro il cui lavoro lo arricchiva”, concludendo “una vita senza importanza” tra la mela che ricevette in dono all’arrivo in casa di Paul e Philomène e il machete impugnato da un bracciante nero.

    Il secondo capitolo, Vita di Antoine Peluchet, è il cuore pulsante del libro; in esso l’Assenza diventa carne similmente all’assenza di Merry attorno alla quale Philip Roth, mentre tra coordinate, subordinate e incidentali racconta l’America, fa ruotare il romanzo che Baricco ha definito “il libro più bello degli ultimi anni della letteratura americana”; e all’assenza di Klara Gulla nel romanzo di Selma Lagerlöf. Padre e figlio Peluchet lavorano assieme nei campi fino a “quella notte tremenda” in cui, a seguito di un alterco tra i due, “la vecchia arroganza patriarcale ritrova il suo gesto antico, decisivo, la destra del padre addita la porta”. Antoine varca quella porta e i genitori moriranno senza rivederlo più. Antoine finisce male, viene visto “in fila per due insieme ad altri detenuti incatenati, tra gli scherni delle pescivendole”. Tussaint, assecondato dal devoto Fiéfié, personaggio magistralmente descritto da Michon, non accetta la realtà ed esorcizza il sordo dolore di dell’assenza del figlio immaginando per lui una sorte splendida in America, analogamente a quanto fa Jan Andersson nell’Imperatore di Portugallia con la figlia Klara Gulla, prostituta immaginata imperatrice di un inesistente regno.

    Raccontando le vite di  Eugène e Clara, nonni paterni, Michon torna sul tema dolente dell’assenza di suo padre; dolente per i nonni, dice, ma ne è coinvolto fino al midollo; andando a far loro visita, immagina di scrivere una lettera “destinata alla bruna troppo alta alla quale allora dedicavo il mio tempo ... stavo già manipolando il racconto che le avrei fatto di questa visita ancora da venire; sarebbe stato necessario travisare parecchio e mentire un po’, sottacere l’indigenza, lo sconforto e l’assenza irreparabile ...”. Arrivato dai nonni, che per la prima e l’ultima volta, nonostante i loro ripetuti inviti, va a trovare, Clara gli dice che davanti ad una foto di Pierre bambino, Aimé si metteva a piangere. Pierre Michon scrive: “Un assente ne piangeva un altro, in quella casa di assenze”. Eugène e Clara moriranno senza vedere più né figlio né nipote. Commovente la partenza di Michon da quella casa: “I loro gesti, che per me furono gli ultimi, li ho visti e non rammento quali fossero; le loro ultime parole mi sono sottratte per sempre, spazzati via i loro addii dietro una cortina di vento violento; né mai ricorderò la duplice sagoma, vacillante e desolata, che i nonni tuttavia mostrarono sulla soglia di casa alla mia ingrata memoria: già calati nella tomba, continuavano ad agitare le mani garbatamente, eroicamente, finché la macchina del nipote non sparì, offuscata dalle lacrime ben prima che il bosco la inghiottisse all’ultima curva”.

    Beh, ho un bel dire che uno scrittore non dovrebbe, specialmente nel suo esordio letterario, parlare di sè e delle sue proprie vicende, ma quando si usano le parole come in questo brano le usa Michon non c’è regola che tenga, vi pare? A proposito di regole di scrittura, a lungo Michon ha cercato la sua cifra di scrittore: “Alla fine del soffocante agosto del 1976 mi trovavo di passaggio nella cittadina di G., in cerca di libri; nessuna Grazia mi era arrivata e, febbrilmente, compulsavo invano ogni Scrittura per scoprirne la formula”; fortunatamente per lui ancora non esistevano le sempre più numerose scuole di scrittura che oggi, pur dicendosi creative, pongono paletti rigidi e imbrigliano la creatività; sono fonte di guadagno per scrittori mancati o, quel che è peggio, di ricchezza per scrittori capaci.

    Il lungo capitolo sui fratelli Bakroot è forse quello che mi è piaciuto di meno. In esso, pieno di rimandi, citazioni e reminiscenze letterarie, frutto, forse, del suo “febbrile compulsare”, racconta di due fratelli che nel loro volersi bene tra continue zuffe e scazzottate rappresentano una metafora della vita similmente al romanzo di Melville cui Michon peraltro allude nel finale: “Mentre ci avviavamo, vidi che Roland era tornato laggiù da solo, sulla tomba, postumo, ma diritto e ben piantato come uno che sta picchiando: romanzescamente, scioccamente, pensai a un capitano visibile per l’ultima volta sulla sua balena bianca, già inabissata sotto di lui”.

    Nel capitolo successivo, dedicato a père Foucault, vecchio malato di tumore che preferisce lasciarsi morire piuttosto che essere curato in un ospedale in cui il proprio analfabetismo l’avrebbe costretto a subire l’umiliazione continua e insopportabile della propria inadeguatezza, Michon riprende il tema introdotto con la vita di André Dufourneau. Parla anche della sua propria inadeguatezza di scrittore: “Mi rendevo conto, ahimè, che se vi fossi andato a proporre i miei immodesti e striminziti scritti ne avrebbero immediatamente smascherato la spocchia, avrebbero capito che ero in qualche modo <illetterato>”. Lo fa anche nel capitolo su Georges Bandy, prete teologo che nel corso degli anni perde smalto, puntualità di eloquio e, forse, la fede, scrivendo: “di fronte a quella pagina vuota sulla scrivania ... aspettavo che un dono divino la riempisse ... aspettavo che un bell’angelo bizantino, disceso solo per me in tutta la sua gloria, mi porgesse la feconda penna strappata alle sue remiganti, e nel contempo, dispiegando interamente le ali, mi facesse leggere inscritta sul loro rovescio la mia opera compiuta, abbagliante e indiscutibile, definitiva, insuperabile”.

    Per buona metà dei capitoli dedicati a père Foucault e a Georges Bandy, Michon non parla di loro, ma del suo fallimentare rapporto amoroso con Marianne.

    L’apparente disillusione provata da Michon nei confronti di Georges Bandy, ritrovato dopo molti anni ubriacone e mal messo -morirà dopo una sbronza- dopo averlo conosciuto e mitizzato da bambino, ha richiamato alla mia mente lo stupore e lo sbigottimento provato dalla voce narrante di Pastorale americana di fronte al crollo del mito dello “Svedese”. Quella di Michon nei confronti di Georges Bandy è però una delusione apparente; scrive infatti: “La Provvidenza fu menzionata a titolo informativo, forse per antifrasi. Ogni stile era venuto meno ... Bandy si rivolgeva ormai ai più diseredati, quelli che qualsiasi lettura intimorisce, con parole di ogni giorno”. Ebbene, non aveva fatto la stessa cosa Gesù? Non potrebbe forse ravvisarsi nell’apparente Silenzio di Dio in Georges Bandy “la notte oscura” di San Giovanni della Croce?

    Il breve capitolo sulla vita di Clodette in realtà non parla di lei, ma ancora una volta della suo disagio di vivere e di scrivere: “Mi sistemavo fin dalle prime ore al mio tavolo da lavoro, sotto l’occhio ogni giorno più perplesso di Clodette; prima ero sparito qualche secondo in bagno  per ingurgitare una tripla o quadrupla dose, e la bella bionda non si faceva ingannare da quel nascondino da cui tornavo l’occhio gaio e le mani rigide, magari vergognandomi ma radioso di abietta allegria ... Alle cinque del pomeriggio mi battevano i denti. Con l’esaurirsi dell’artificio che l’aveva creato, il mio occhio solare si eclissava dietro una notte fosca che ottenebrava l’universo: guardavo sul tavolo una risma di carta bianca intonsa”.

    La bambina morta dell’ottavo e ultimo capitolo è Madeleine, sorella di Michon morta a sei mesi, un paio d’anni prima che lui nascesse. Il capitolo fornisce una chiave di lettura dell’intero libro, a partire dalla collocazione genealogica dei personaggi. Chiarisce anche ciò che Michon aveva fatto balenare, senza dirlo, alla mente del lettore: Andréè, figlia di Elise, non lo era anche del marito Felix, “uomo di terra”, “quello che scherzava”, ma di Dufourneau, il trovatello, “il taciturno, il segretamente chiamato che aspettava la sua ora”, e che “aspettava che la vita gli permettesse di scherzare”.

    Questo capitolo riassume e sintetizza tutti i temi presenti nel libro, il padre che “scappa via come il capitano Frédéric Rimbaud”, la madre e la nonna che “evocavano i ricordi, e insieme a questi i morti, le bambine morte cui tirarono le trecce e i morti giocosi che le corteggiarono, gli straordinari morti che vissero”, la bambina che “con il suo vestitino estivo incarnò il paradigma di tutte le sparizioni”.







 

di Pierre Michon

cultura@parliamoneinsieme.itmailto:postmaster@parliamoneinsieme.it?subject=Animamailto:cultura@parliamoneinsieme.it?subject=Vite%20minuscoleshapeimage_3_link_0

(Tussaint Peluchet)

Giuliette

                        (2 capitolo)

Antoine Peluchet             (Fiéfié)

                                      (amico di Tussaint)

sorella di Antoine

Philomène

(Elise)                       Félix

(1 capitolo)

André Dufourneau

Andrée

(3 capitolo)

Clara                       Eugène Michon

(4 capitolo)

Fratelli Bakroot

(compagni di collegio)

(adottano un trovatello)

(5 capitolo)

père Foucault

(vecchio che incontra in ospedale)

(Marianne)

(fidanzata)

(7 capitolo)

Claudette

(fidanzata)

(6 capitolo)

Georges Bandy

(prete)

(8 capitolo)

Madeleine

(sorella)

Leonard Cancian

Marie Cancian

Paul-Alexis Pallade

Paul

Aimé Michon

Pierre Michon
(voce narrante)