Se ti abbraccio

non aver paura

 
 
    “
Questo romanzo narra la storia vera del lungo viaggio attraverso Stati Uniti e America latina di Franco Antonello con il figlio Andrea”.


    A pagina sette della mia copia del libro è scritto così.


    Il racconto di un viaggio, dunque. Un viaggio vero.


    Un altro? C’è ancora qualcosa da scoprire in questo mondo ormai piccolissimo? E poi, oggi ci sono agenzie che organizzano viaggi in moto lungo la mitica route 66.


    Un viaggio inteso come metafora della vita?

    

Perché di questo libro si parla tanto? Per saperlo, c’è una sola cosa da fare: leggerlo.


    Un libro sull’amore con la A maiuscola, indubbiamente, ma anche sulla libertà, a me è sembrato. E sulla verità. Che poi, in fondo, sono la stessa cosa.

    Una libertà e una verità che probabilmente Franco Antonello andava cercando anche prima della scoperta dell’autismo di Andrea; addirittura anche prima che Andrea nascesse. Deve averlo intuito Fulvio Ervas, nel raccogliere la loro storia facendone un romanzo che inizia con le parole:

    “Per certi viaggi non si parte mai quando si parte. Si parte prima”. Parole che ripete, pari pari, a pagina duecentotrentasei.


    Non ho intenzione di addentrarmi nel discorso della realtà oggettiva, la cui percezione comunemente condivisa ritengo assolutamente arbitraria, anche se necessaria per organizzare in qualche modo una società.

    Però. La realtà in cui Andrea è immerso, gli fa dire (scrivere) “No papà non è mio compito” - Franco gli aveva chiesto quali fossero i suoi (di Andrea) “aspetti belli”.

    Il nostro compito, il mio compito (nella libertà e nella verità) è solamente quello di esistere e di comportarmi coerentemente con le idee che professo. La loro valutazione non è mio compito, è il tuo.


    Più avanti, Andrea dice (scrive): “No domande false” - Quante domande false ci poniamo, unicamente per giustificare le nostre false risposte?


    Un libro su libertà e verità. Anche quella negata dei Navajo del capitolo “Nel bosco di mirtilli”. Uomini senza libertà, senza verità, senza dignità.


    Più avanti, Andrea dice (scrive): “Sono un uomo imprigionato nei pensieri di libertà”.

Sembra un ossimoro, ma non lo è. La libertà di Andrea (quella vera, quella che lo spinge a toccare la pancia delle persone, ad abbracciarle, a baciarle, a saltellare, a stropicciarsi le mani ...) è imprigionata dal senso comune delle cose. Ma Andrea non dice questo. Nella lucidità intuitiva del suo mondo a colori, capisce che i suoi sforzi di adeguarsi, di essere “libero” dai propri impulsi - sono questi i “pensieri di libertà” di cui parla: libertà di padroneggiare i propri impulsi - in realtà lo imprigionano.


    Due parole sullo scrittore. È bravo. È riuscito a capire il rapporto tra padre e figlio e ne ha scritto, in prima persona, dal punto di vista di Franco, voce narrante. Non ha annoioato il lettore con pensieri melensi ma ne ha dimostrato l’amore attraverso le azioni, le attenzioni (ubi amor ibi oculus) e la presenza silenziosa. A pagina centocinquantasette si legge: “Non abbiamo detto nulla e mi sento come se avessimo parlato per ore. Due viaggiatori, tanti pensieri, ciascuno nella propria testa, tanti sguardi che dicono siamo vicini, siamo assieme”.

   






 

di Fulvio Ervas

cultura@parliamoneinsieme.itmailto:cultura@parliamoneinsieme.itmailto:cultura@parliamoneinsieme.it?subject=Se%20ti%20abbraccio%20non%20aver%20paurashapeimage_3_link_0