PRIMO LEVI

 
 

    L’11 aprile 1987 Primo Levi muore cadendo(?) gettandosi(?) dalla tromba delle scale della propria casa di Torino.



“E’ MORTO UN AUTORE LE CUI OPERE CE LE TROVEREMO DI FRONTE AL MOMENTO DEL GIUDIZIO UNIVERSALE”.

(Claudio Magris).




    Incidente o suicidio?

    ¿Quién sabe? Non chi l’ha conosciuto e frequentato e nemmeno chi ha approfondito su libri la sua opera e la sua vita; solo congetture sono possibili, nessuna parola definitiva può essere pronunciata, e chi avanza ipotesi deve farlo nella consapevolezza che di ipotesi si tratta. Ecco la mia.

    Essa propone una nuova chiave di lettura degli avvenimenti che, rendendo  inutile l’interrogativo iniziale - le varie risposte al quale peraltro riporto -sostiene che Primo Levi è morto prima del volo da quelle scale, per cui le modalità del precipitare del suo corpo non rivestono poi molta importanza.


IPOTESI DI SUICIDIO

    •    Alcuni amici molto vicini a Levi testimoniano che negli ultimi tempi la sua situazione personale, resa difficile dall’essersi fatto carico della madre e della suocera malate, lo aveva gettato in uno stato di profonda depressione che avrebbe frantumato la barriera che lo proteggeva dal pensiero e dal ricordo del Lager, sicché egli sarebbe stato “in qualche modo una vittima ritardata della detenzione ad Auschwitz”.

    •    Di barriera protettiva ne parla lo stesso Levi durante un’intervista del 1976, dicendo: “Adesso sono passati molti anni: il libro ha avuto molte vicende, e si è curiosamente interposto, come una memoria artificiale, ma anche come una barriera difensiva, fra il mio normalissimo presente e il feroce passato di Auschwitz”. 

    •    Lo scrittore Mario Rigoni Stern ritiene che Levi fosse tornato ad essere ossessionato dall’imperioso richiamo “Wstavac”, la sveglia del Lager.

    •    Se effettivamente la barriera protettiva ha ceduto, Il passato potrebbe essere tornato non come memoria, ma come memoriale, schiacciandolo di nuovo nella condizione di “non uomo”.

    •    Il suicidio, dunque, sarebbe potuto essere stato un disperato tentativo di riappropriarsi della propria dignità di uomo, che sentiva di aver perduto. Sua infatti è la frase: “Il suicidio è dell’uomo, non dell’animale”.

    •    Nel racconto Verso occidente incluso nella raccolta Vizio di forma, Levi narra di roditori (i lemming) che si suicidano in massa, con una narrazione che “entra” nel dilemma del suicidio.


IPOTESI DI INCIDENTE

    •    Rita Levi Montalcini in un’intervista afferma di non credere assolutamente al suicidio, avendo parlato con Primo Levi la sera precedente ed avendolo trovato di buon umore.

    •    Primo Levi nel capitolo L’intellettuale ad Auschwitz de I sommersi ed i salvati, nonché nel Dello scrivere oscuro incluso nella raccolta L’altrui mestiere, parla del suicidio come di una soluzione disperata da comprendere, ma non da imitare.

    •    La testimonianza dello scrittore Ferdinando Camon apparsa nel numero del primo aprile 2006 del quotidiano Avvenire. Scrive il Camon:

“Primo Levi è morto di sabato, il martedì dopo m’è arrivata una sua lettera. Mi viene addosso una tristezza infinita e mi dico: «Ecco, adesso mi spiega perché ha deciso di uccidersi». Mi aspetto la confessione che vivere gli è impossibile, che dopo Auschwitz lui non viveva ma sopravviveva, che vivere ancora per lui è una colpa, che sulla Terra non c’è spazio per le vittime dello Sterminio e per chi lo nega, che lui si uccide adesso ma doveva farlo quarant’anni prima, e che dunque le spiegazioni non vanno cercate in quel che succede adesso, ma in quel che era successo 45-40 anni prima. Questo m’aspetto, aprendo la lettera, che dev’essere stata l’ultima che ha scritto e imbucato. Se m’è arrivata al martedì, doveva averla imbucata il sabato: dunque durante la passeggiata che faceva ogni mattina. La apro: un inno alla vita, un vortice di programmi, speranze, attese, da riempire settimane, mesi e anni”.





    Leggendo alcuni autori, e Levi è tra questi, mi capita - o m’illudo - di entrare nei loro pensieri; la mia idea è che stabilire se l’11 aprile 1987 egli sia inciampato o abbia scavalcato la ringhiera non abbia poi tutta l’importanza che allora gli si dette ed ancora gli si dà, perché da quella tromba di scale a precipitare fu un uomo già morto.

    Nelle prime pagine di Se questo è un uomo, all’inizio della prigionia, si legge: “Il Lager è una gran macchina per ridurci a bestie, noi bestie non dobbiamo diventare ... siamo schiavi, privi di ogni diritto, esposti a ogni offesa, votati a morte quasi certa, ma una facoltà ci è rimasta, e dobbiamo difenderla con ogni vigore perché è l’ultima: la facoltà di negare il nostro consenso. Dobbiamo camminare diritti, senza strascicare gli zoccoli, non già in omaggio alla disciplina prussiana, ma per restare vivi, per non cominciare a morire”.

    Conservare la propria dignità di uomini per restare tali, per non morire all’umanità, dunque. Primo Levi non ci riesce. Non riesce a difendere e conservare quella che ha definito l’ultima facoltà. Nelle pagine che precedono la liberazione da parte dei Russi infatti si legge: “Noi giacevamo in un mondo di morti e di larve. L’ultima traccia di civiltà era sparita intorno a noi e dentro di noi. L’opera di bestializzazione, intrapresa dai tedeschi trionfanti, era stata portata a compimento dai tedeschi disfatti. E’ uomo chi uccide, è uomo chi fa o subisce ingiustizia; non è uomo chi, perso ogni ritegno, divide il letto con un cadavere. Chi ha atteso che il suo vicino finisse di morire per togliergli il suo quarto di pane, è, pur senza sua colpa, più lontano dal modello dell’uomo pensante, che il più rozzo pigmeo e il sadico più atroce”.


SE QUESTO E’ UN UOMO


    Aveva parlato di schiena dritta e di consenso negato, per restare vivi, per restare uomini. Giunto al termine della prigionia, scrive: “Distruggere l’uomo è difficile, quasi quanto crearlo: non è stato agevole, non è stato breve, ma ci siete riusciti, tedeschi”. Lo scrive dopo aver raccontato l’impiccagione di un prigioniero punito per essersi ribellato e che, morendo, aveva gridato Io sono l’ultimo. Intendeva l’ultimo ad essere ucciso nel lager, essendo ormai vicina l’armata russa liberatrice, oppure l’ultimo uomo a restare tale per la sua ribellione? “Vorrei poter raccontare” Levi aggiunge, “che fra noi, gregge abietto, una voce si fosse levata, un mormorio, un segno di assenso. Ma nulla è avvenuto. Siamo rimasti in piedi, curvi e grigi, a capo chino, e non ci siamo scoperta la testa che quando il tedesco ce l’ha ordinato ... Alberto ed io siamo rientrati in baracca, e non abbiamo potuto guardarci in viso ... siamo stati rotti, vinti ... Abbiamo issato la menaschka sulla cuccetta, abbiamo fatto la ripartizione, abbiamo soddisfatto la rabbia quotidiana della fame, e ora ci opprime la vergogna”.


    Se il Lager, secondo il sentire di Levi, lo aveva spezzato, vinto, privato di quella dignità di uomo che per lui era ragione di vita, cosa  mai gli aveva dato quella determinazione a sopravvivere che, assieme a soli altri diciannove, tra i seicentocinquanta che erano partiti con lui per il Lager, lo tenne in vita? Si è detto che furono alcune circostanze fortunate, come il fatto che fosse un chimico, che avesse imparato il tedesco e perché prima della terribile marcia di evacuazione (raccontata da Elie Wiesel) si era ammalato di scarlattina.

Le fortunate circostanze elencate sono state certamente concause favorevoli, ma non sarebbero bastate, secondo la mia ipotesi. Morire, forni o non forni, era la regola e sopravvivere il risultato di una volontà ferrea. Nel libro si legge: “Soccombere è la cosa più semplice: basta eseguire tutti gli ordini che si ricevono, non mangiare che la razione, attenersi alla disciplina del lavoro e del campo. L’esperienza ha dimostrato che solo eccezionalmente si può in questo modo durare più di tre mesi”.

   

    Primo Levi, questa è la mia ipotesi, è morto nel campo di Buna-Monowitz, presso Auschwitz, in un giorno non ben precisato del 1944. In quel posto e nello stesso momento nasceva “Sopravvissuto per raccontare e portare testimonianza” che poi, con lo pseudonimo di Primo Levi, avrebbe scritto Se questo è un uomo.

    Portare testimonianza era il suo scopo, la sua unica ragione di vita e la sua nuova identità. Mentre per ogni persona avere uno scopo rappresenta una proprietà intrinseca della propria natura umana; per Levi quello scopo era diventato l’unica proprietà della sua vita e coincideva con essa. Sopravvivere per testimoniare, vivere per raccontare. Bene, direte voi, è riuscito nel suo intento. No, amici, non c’è riuscito. Ci sono accadimenti che non possono essere descritti adeguatamente con il linguaggio corrente, che è privo dei termini adatti ad evocarne la rappresentazione nella loro essenza. Parlando di questi accadimenti, la loro comprensione non dipende più dal narratore ma dalla capacità di “sentire” di chi ascolta, che capirà soltanto se ciò che gli si sta raccontando già lo conosce per averlo vissuto e lo sente risuonare dentro di sé. I fatti Primo Levi li ha raccontati con precisione e dovizia di particolari e la sua narrazione non è risultata offuscata da rancore e risentimento, ciò non di meno quanto voleva comunicare con i suoi racconti non è riuscito a comunicarlo, per la semplice ragione che non era possibile. Per lunghi anni, fino agli ultimi giorni, fino alle ultime ore quando in un estremo, convulso tentativo di non vedere la realtà s’era immerso in “un vortice di programmi, speranze, attese, da riempire settimane, mesi e anni” come scrive Camon, s’illuse di poterlo fare.  

    Sopravvissuto per raccontare e portare testimonianza si è schiantato contro questa impossibilità. Il Primo Levi dalle cui ceneri era nato, nel Lager aveva un incubo ricorrente. Non di essere picchiato, torturato, ucciso. Non di essere condotto nella camera a gas. Non di veder spalancare la bocca ardente del forno crematorio. L’incubo che tormentava le sue notti di prigioniero consisteva nel raccontare il Lager e di non essere ascoltato: “Il sogno mi sta davanti, ancora caldo, e io, benché sveglio, sono tuttora pieno della sua angoscia: e allora mi ricordo che questo non è un sogno qualunque, ma che da quando sono qui l’ho già sognato, non una ma molte volte, con poche variazioni di ambiente di particolari. Ora sono in piena lucidità, e mi rammento anche di averlo già raccontato ad Alberto, e che lui mi ha confidato, con mia meraviglia, che questo è anche il suo sogno, e il sogno di molti altri, forse di tutti. Perché questo avviene? Perché il dolore di tutti i giorni si traduce nei nostri sogni così costantemente, nella scena sempre ripetuta della narrazione fatta e non ascoltata?”

    La risposta a questa domanda è semplice, tutti loro avevano intuito che ciò che stavano vivendo non aveva precedenti nella storia dell’umanità e il linguaggio che essa s’era dato era in grado di descrivere gli avvenimenti nella loro temporalità, non i sentimenti ed i movimenti dello spirito che stava causando.

    Il problema dell’inadeguatezza del linguaggio comincia a prendere forma nella mente di sopravvissuto per raccontare e portare testimonianza già dalla stesura di Se questo è un uomo, scrivendo: “... questa nostra fame non è la sensazione di chi ha saltato un pasto, così il nostro modo di aver freddo esigerebbe un nome particolare. Noi diciamo <fame>, diciamo <stanchezza>, <paura>, e <dolore>, diciamo <inverno>, e sono altre cose. Sono parole libere, create e usate da uomini liberi che vivevano, godendo e soffrendo, nelle loro case. Se i Lager fossero durati più a lungo, un nuovo più aspro linguaggio sarebbe nato; e di questo si sente il bisogno per spiegare cosa è faticare l’intera giornata nel vento, sotto zero, con solo indosso camicia, mutande, giacca e brache di tela, e in corpo debolezza e fame e consapevolezza della fine che viene”.

    Sopravvissuto per raccontare e portare testimonianza  riesce a scrivere su cosa hanno fatto i tedeschi, sugli ebrei che si sono salvati, su quelli che sono morti, su quelli che si sono prestati per i tedeschi a controllare gli altri prigionieri, ma non riesce a comunicare ciò che gli preme, ciò che potrebbe dare risposta alla domanda “se questo è un uomo”, non riesce a far “capire” ciò che due suoni maledetti rappresentano, sintetizzano ed evocano: il “Wstavac”, la sveglia del Lager che, contrariamente a quanto scrive Mario Rigoni Stern, non era un richiamo imperioso, era anzi pronunziato “con voce piana e sommessa, come di chi sa che l’annunzio troverà tutte le orecchie tese, e sarà udito ed obbedito”: Wstavac, Alzarsi, la parola cade come pietra nel fondo degli animi e tutti sono già svegli, quando viene pronunciata: “è un momento di pena troppo acuta perché il sonno più duro non si sciolga al suo approssimarsi ... Incomincia un giorno come ogni giorno, lungo a tal segno da non potersene ragionevolmente concepire la fine, tanto freddo, tanta fame, tanta fatica ce ne separano ... allo Wstavac si rimette in moto la bufera”; e durante la notte, prima dello Wstavac, quell’altro suono terribile, che tormenta i prigionieri anche di giorno, il fischio della Decauville, importante, essenziale: “... è il fischio della Decauville, viene dal cantiere che lavora anche di notte. Una lunga nota ferma, poi un’altra più bassa di un semitono, poi di nuovo la prima, ma breve e tronca. Questo fischio è una cosa importante e in qualche modo essenziale: così sovente l’abbiamo udito, associato alla sofferenza del lavoro e del campo, che ne è divenuto il simbolo, e ne evoca direttamente la rappresentazione”.

    Sopravvissuto per raccontare e portare testimonianza cerca di descrivere il Lager attraverso la descrizione di quel fischio e di quel Wstavac ma, non riuscendoci, vede nascere in lui “ ... una pena desolata, un dolore allo stato puro ...Qui c’è mia sorella, e qualche mio amico non precisato, e molta altra gente. Tutti mi stanno ascoltando, e io sto raccontando proprio questo: il fischio su tre note, il letto duro, il mio vicino che io vorrei spostare, ma ho paura di svegliarlo perché è più forte di me. Racconto anche diffusamente della nostra fame, e del controllo dei pidocchi, e del Kapo che mi ha percosso sul naso e poi mi ha mandato a lavarmi perché sanguinavo. E’ un godimento intenso, fisico, inesprimibile, essere nella mia casa, fra persone amiche, e avere tante cose da raccontare: ma non posso non accorgermi che i miei ascoltatori non mi seguono. Anzi, essi sono del tutto indifferenti: parlano confusamente d’altro fra di loro, come se io non ci fossi. Mia sorella mi guarda, si alza e se ne va senza far parola.





   


 






  





 

Incidente o suicidio?

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Parliamoneinsieme



INDICE DEGLI ARGOMENTI

Silenzio Muto
I funghi velenosi mortali
I numeri e la matematica
Primo Levi
Vite minuscole
Giovanni Floris - Susanna Tamaro - Gianrico Carofiglio - Emanuele Tonon
Bijoy Jain
Margherita Lazzati
Beatrice Niccolai
Scalfari, Gesù e papa Francesco
Eremi Celestiniani
Medjugorje
La Bibbia è una biblioteca
Genesi
Esodo
Levitico
Numeri
Rosario per la pace
Liturgia delle Ore







LE PERSONE CITATE

CLAUDIO MAGRIS

Esperto di letteratura mitteleuropea, saggista, germanista, professore a Torino (ordinario di lingua e letteratura tedesca) prima ed a Trieste poi, scrittore.



MARIO RIGONI STERN

Intenso scrittore del dopoguerra, è uno dei pochi sopravvissuti alla ritirata di Russia del 1943, alle cui vicende s’ispirò per il romanzo Il sergente nella neve. A Primo Levi ha dedicato il racconto La scure.



NATALIA GINZBURG
(Natalia Levi, Ginzburg, Baldini)

Natalia appartiene ad una delle famiglie ebraiche dei Levi di Torino. Nel 1938 sposa Leone Ginzburg ed insieme a lui collabora con Giulio Einaudi alla fondazione della casa editrice. Trasferitisi a Roma, Leone viene arrestato dai tedeschi e muore sotto tortura in prigione. Nel 1945 Natalia Levi torna a Torino, dove lavora come assistente editore per l’Enaudi. In tale veste legge e valuta negativamente Se questo è un uomo che viene rifiutato. Primo levi in un’intervista dirà: “Ho scritto il libro appena sono tornato, nel giro di pochi mesi: tanto quei ricordi mi bruciavano dentro. Rifiutato da alcuni grossi editori, il manoscritto è stato accettato nel 1947 da una piccola casa editrice, diretta da Franco Antonicelli”. Nessun accenno al fatto che la prima casa editrice alla quale quasi naturalmente s’era rivolto, ricevendone un rifiuto, era stata la torinese Einaudi, la cui assistente editoriale era Natalia Levi, vedova Ginzburg. Ella nel 1952 divenne la signora Baldini sposando il professore d’inglese Gabriele Baldini.



RITA LEVI MONTALCINI

Anche Rita appartiene ad una delle famiglie ebraiche dei Levi di Torino. Il secondo cognome, Montalcini, non viene da un matrimonio: suo padre, Adamo Levi, aveva sposato Adele Montalcini. Un ruolo importante nella formazione scientifica di Rita Levi Montalcini fu rivestito dal professor Giuseppe Levi, padre di Natalia Ginzburg. Nel suo libro Senz’olio contro vento descrive la vita di dieci personaggi, uno dei quali Primo Levi.



FERDINANDO CAMON

Nel libro Conversazione con Primo Levi Camon più che un ritratto dello scrittore ebreo lo sollecita a tracciare un autoritratto. E’ il risultato di diversi incontri/intervista nel corso dei quali, dal disaccordo su alcuni importanti punti di vista dei due scrittori, specialmente riguardo il concetto di “colpa”, scaturiscono interessanti spunti di dialogo e confronto.



ELIE WIESEL

Prigioniero nello stesso campo di concentramento di Primo Levi, partecipa alla marcia di evacuazione della notte del 18 gennaio 1945, risultandone uno dei pochi sopravvissuti. Ne darà testimonianza nel racconto lungo La notte.



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INTERVENTI

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Silvia

26 LUGLIO 2012


Ho già letto più volte l’articolo di smemorino, e non ho mai detto la mia, forse perché le sue considerazioni mi fanno porre inquietanti quesiti. Sono perfettamente d'accordo con lui quando sostiene che non è poi così importante stabilire se si tratta di incidente o suicidio. Ma non credo che Levi fosse già morto prima... credo che un'indicibile sofferenza l'abbia sopraffatto, ed anche la sofferenza dell'anima purtroppo, a volte, fa parte della vita. Ho sempre pensato che certe situazioni, possano essere comprese veramente solo da chi le vive dal di dentro. Per quanto possiamo sforzarci di esprimerle con un linguaggio adeguato, non riusciremo mai a rendere veramente l'idea. Forse è vero che alcuni uomini sono chiamati a testimoniare, ma l'incomprensione genera davvero malessere in chi la subisce.


Silvia

18 MARZO 2011


Per qualche ora possiamo essere infelici alla maniera degli uomini liberi... al di là del significato profondo che  già è stato sviscerato da Smemorino nel commento a Primo Levi, questa frase mi ha fatto riflettere su quesiti a cui non ho trovato risposta, e sui quali mi piacerebbe sapere il parere degli amici di Parliamoneinsieme. L'uomo è fatto per essere felice? E' normale che siamo quasi sempre insoddisfatti ed alla ricerca di migliorare la nostra condizione di vita... oppure sarebbe più giusto cercare di accontentarsi di ciò che siamo? Perché nella situazione estrema di Primo Levi, al risolversi momentaneo di un'angoscia (quella della fame...) viene lasciato il posto ad una infelicità di peso minore? Non si potrebbe essere felici almeno per un attimo? Oppure ci si accorge solo a posteriori di essere stati felici?



C.P.

12 MARZO 2011


Nell’intervento d’apertura del 31 gennaio avevo detto che il parallelismo tra Lager ed inferno in Levi “probabilmente non è casuale”. Andando a memoria, m’ero indebitamente appropriato, ritenendolo una mia deduzione, di tale parallelo che invece era non “probabilmente”, bensì volutamente ed esplicitamente espresso da Primo Levi. Riprendendo in mano il libro per una rilettura, mi sono reso conto dell’errore e ne faccio pubblica ammenda. Levi durante tutto il libro fa esplicitamente riferimento all’inferno dantesco, nominandolo ed usando frasi come: “Accende una pila tascabile, e invece di gridare: - Guai a voi, anime prave - ci domanda cortesemente ad uno ad uno, in tedesco e in lingua franca, se abbiamo denaro o orologi da cedergli: tanto dopo non ci servono più. Non è un comando, non è regolamento questo: si vede bene che è una piccola iniziativa privata del nostro Caronte. La cosa suscita in noi collera e riso e uno strano sollievo” (Primo capitolo: Il viaggio).

Rileggendo questo passo, mi vengono inoltre da fare due considerazioni: la prima riguardo all’importanza che Levi attribuisce agli stati d’animo ed alla memoria che di essi conserva; la seconda in relazione ad un interesse dello scrittore più ad un’indagine di tipo psicologico sulle cause dei comportamenti che su questi ultimi. Più degli accadimenti, per Levi contano gli stati d’animo di chi quegli episodi vive, e ne conserva viva memoria. L’episodio della richiesta di denaro da parte del soldato che li scortava, decisamente marginale rispetto a quanto accadrà in seguito, rimane impresso indelebilmente nella memoria dello scrittore, trasferendosi poi sulla sua penna. La richiesta del soldato suscita collera, ed è comprensibile, ma perché anche riso? E perché quello “strano sollievo”?

La risposta il lettore la trova sei capitoli dopo (settimo capitolo: Una buona giornata). Nel loro essere privati non solo della loro dignità, ma perfino della loro identità di uomini, ogni situazione, sia pure negativa, che torni a farli sentire anche se solo in parte persone, induce un grande sollievo. Persone. Non bestie, oggetti, cose: Persone.

Il passo cui mi riferisco recita:

“ ... poiché siamo tutti, almeno per qualche ora, sazi ...”

Ricordiamo che un paio di pagine prima, nello stesso capitolo, si legge: “Ma come si potrebbe pensare di non aver fame? Il Lager è la fame: noi stessi siamo la fame, fame vivente”

Torniamo al settimo capitolo. Sollievo per sentirsi persone, non cose, dicevo.  Riprendo la frase di Levi: “... poiché siamo tutti, almeno per qualche ora, sazi, siamo capaci di pensare alle nostre madri e alle nostre mogli, il che di solito non accade. Per qualche ora, possiamo essere infelici alla maniera degli uomini liberi”. Il ragionamento filosofico che sta dietro quest’ultima frase è un concetto sempre presente nel libro e che Levi esplicita dicendo che se ad una sofferenza se ne aggiunge un’altra, esse non si sommano, ma si dispongono in fila, secondo un ordine gerarchico. Davanti la sofferenza maggiore e dietro, via via le minori. Allo sparire della maggiore, ecco che rispunta la minore, non la tregua che ci si aspettava.



Matteo

12 FEBBRAIO 2011


Cara Syl, grazie a te ho ho ripreso in mano il libro di Primo Levi. E mi sono accorto di non avere mai letto l'appendice scritta nel 1976. Ho riflettuto a lungo sulla domanda "a quali fattori attribuisce il fatto di essere sopravvissuto?" Primo Levi risponde che l'esito positivo della sue vicende è stato determinato dalla fortuna e da altri fattori (ad esempio il suo lavoro di chimico), ma soprattutto dalla volontà di riconoscere sempre, anche nei giorni più scuri, nei suoi compagni e in se stesso, degli uomini e non delle cose. E di sottrarsi così a quella totale umiliazione e demoralizzazione che conduceva molti al naufragio spirituale. Bellissime parole, grazie alle quali continuerò a riflettere anche sulla mia vita.



C.P.

31 GENNAIO 2011



“Uno dei libri più alti sull’inferno del Lager”

E’ spontaneo associare il Lager all’inferno, ma il libro di Levi rappresenta un’allegoria così calzante dell’inferno dantesco, che probabilmente non è casuale.

Intanto la sinistra (ironica) scritta sull’ingresso di Auschwitz Arbeit macht frei richiama il dantesco “Per me si va nella città dolente ...”.

E il treno merci che il 22 febbraio 1944 traghettò Levi ed altri 650 ebrei nel lager non fa immediatamente pensare a Caronte?

Nel gennaio del 1945 Levi si ammalò di scarlattina e fu ricoverato nell’infermeria (ka-be) che, priva di punizioni, sta al lager di Auschwitz come il limbo dantesco sta all’inferno.

Tra le circostanze fortunate che permisero la sopravvivenza di Levi ci fu la sua competenza come chimico. A valutarla fu il dottor Panwitz, che aveva il potere di decidere le mansioni e dunque il destino dei prigionieri. Levi dice che Panwitz sedeva “formidabilmente”.

Come non pensare subito a Minosse, che destinava i dannati ai vari gironi a seconda dei giri della sua coda?

“Stavvi Minòs orribilmente, e ringhia: 

essamina le colpe ne l’intrata; 

giudica e manda secondo ch’avvinghia. 

Dico che quando l’anima mal nata 

li vien dinanzi, tutta si confessa; 

e quel conoscitor de le peccata 

vede qual loco d’inferno è da essa; 

cignesi con la coda tante volte 

quantunque gradi vuol che giù sia messa.”


Giudicate voi.