LETTERE DI UNA FIDANZATA

 
 


LAURA VINCENZI





“Sì, è vero che la sofferenza unisce: secondo me la sofferenza ci fa toccare nel profondo la nostra povertà, la nostra impotenza e poi ci porta a quell’abbraccio per cui, poveri e sperduti, ci sentiamo più vicini l’uno all’altro, più bisognosi l’uno dell’altro e, così uniti, bisognosi di Dio”.






    Tra i tanti amici che seguono  Parliamoneinsieme   un buon numero sono non credenti e solitamente non leggono pagine come questa. Li invito invece a leggerla e a leggere anche il libro perché ciò che forse giudicano debole, frutto di illusione consolatoria o, peggio, di condizionamento, potrebbero, dopo la lettura, interpretarlo, come è in realtà, una grande forza. L’unica, a mio giudizio, che caratterizzi l’uomo e lo fondi, lasciando i muscoli all’elefante e l’aggressività al bufalo. Ci vuole forza per mettere in pratica una riflessione semplice semplice: vivere nell’angoscia gli ultimi giorni di vita è viverli male e sprecarli. In questo epistolario a senso unico (nel senso che Guido Boffi, il curatore del libro e il destinatario delle lettere, non pubblica anche le sue) ci sono le riflessioni di una ventenne intelligente, sensibile, dotata di grandi capacità relazionali e spirituali, qualità che anche un laico non credente è in grado di apprezzare. Lettera dopo lettera affiorano due argomenti fondamentali; l’amore e il dolore. L’amore per il fidanzato e l’accettazione del dolore non come rassegnazione all’inevitabile, ma come risposta d’amore a Dio. Questo è un passaggio difficile anche per un credente e debbo confessare di averne tratto molto beneficio.

   


    La storia che emerge dalle lettere è triste, è vero, ma al termine della lettura se ne esce sollevati, non affranti, perché immedesimarsi in essa fornisce non solo la chiave per la comprensione del mistero del dolore e della sofferenza, per i credenti, ma anche del vero senso dell’esistenza, per tutti. Infatti: cosa vuole dalla vita qualsiasi persona, cosa desidera e cerca di ottenere con tutte le sue forze? Tante le risposte possibili, quasi una per ogni individuo, buono o cattivo che sia, altruista o egoista, generoso o avaro, mite o aggressivo, modesto o superbo. Esiste tuttavia un denominatore che accomuna tutto ciò che desideriamo, salute, cultura, denaro, potere ecc. lo desideriamo pensando che, una volta ottenutolo, saremo felici, condannandoci così a una perenne insoddisfazione perché la felicità non sta nelle cose ma nell’appagamento dell’animo. Tutti, in ultima istanza, vogliamo sentirci appagati, soddisfatti, in una parola: essere felici. Questo modo di cercare la felicità nelle cose è la prima causa d’infelicità, perché le cose non durano e non dura la soddisfazione di averle ottenute; la consapevolezza che ci saranno giorni infelici offusca il giorno felice, mentre la pace, la capacità di vivere serenamente l’oggi anche nei momenti difficili è una ricchezza che “né tarma né ruggine consumano”.



Inquietum est cor nostrum

Così ha titolato un suo libro Augusto Guerriero, quasi a giustificare l’insuccesso della ricerca effettuata con il precedente Quaesivi et non inveni (libro dedicato alla ricerca di Dio partendo però, pur mostrando Guerriero una lucidità di pensiero e una perspicacia non comuni negli articoli di politica estera pubblicati su “Epoca” con lo pseudonimo di Ricciardetto, da un presupposto sbagliato: quello che gli sarebbe stato possibile giungere alla dimostrazione dell’esistenza di Dio esclusivamente facendo uso della propria ragione che, se Dio esiste, rappresentava un suo dono. Guerriero, però, citando l’inizio delle Confessioni di Agostino, ha tralasciato il finale della frase: donec requiescat in te.


    Noi non ci apparteniamo, questa è la verità. Noi che vogliamo avere l’ultima parola su tutto, in realtà non l’abbiamo su niente che conti davvero. Alla vita non ci siamo chiamati da soli, né possiamo aggiungere un solo secondo al tempo che ci viene assegnato. Possiamo abbreviarlo, questo è vero, in un impeto d’orgoglio, spesso camuffato da disperazione, che ricorda la mela dell’Eden e la torre di Babele. Riconoscerlo, come Laura, è il primo passo del cammino di una crescita interiore che porta alla pace e all’appagamento dell’animo e dunque alla felicità, qualunque cosa ci accada.


    La prima lettera di Laura è datata trenta ottobre 1984. La ragazza è fidanzata con Guido da circa un anno e nelle prime lettere traspare tutta l’intensità e la dolcezza (nelle prime due questa parola ricorre ben dieci volte) del loro amore. A quella data un rigonfiamento nel piede sinistro della ragazza era stato diagnosticato come cisti.

    Laura frequenta e aiuta Maria Marchi, un’anziana che “aveva conosciuto una vita di solitudine e di stenti” e consolida le basi della sua crescita spirituale, già ben avviata con una frequentazione attiva della sua parrocchia.

    Aiutando Maria, s’interroga sul senso della sofferenza nella vita dell’uomo, chiedendosi se essa rappresenti una condizione necessaria alla salvezza e quindi una componente non eliminabile della vita stessa. Si risponde in questo modo: “In linea di massima mi pare che sia così soprattutto pensando alla vita di Gesù” e anche: “l’uomo non può decidere da solo di se stesso … ma è Dio il direttore d’orchestra”.

    Quante volte abbiamo detto le stesse cose a un sofferente per consolarlo e offrirgli un senso, un significato al suo soffrire, consapevoli (ma non sempre) che è ben facile dire, quando il dolore non è nel nostro animo o nella nostra carne!

    Laura ancora non sa che dovrà applicare a se stessa quella riflessione, ma sa bene che Dio non sottopone l’uomo a prove che egli non possa superare, con il suo aiuto. Aiuto che per Laura si concretizza con l’esperienza maturata con Maria Marchi e con la presenza costante e amorevole di Guido. Quasi tutte le lettere iniziano infatti con “Ciao, bene mio” e, nelle ultime, con “Gioia della mia vita” e “Ciao dolce sollievo della mia vita”.

    Davvero nulla avviene per caso nelle cose dello spirito! La frequentazione con Maria, prima che la sofferenza la colpisca direttamente, la induce alla seguente riflessione: “Perché Dio vuole mettere alla prova la forza di Maria, perché vuole che lei lotti anche quando ha di fronte a sé, molto probabilmente, la morte? ... La risposta che mi sono data allora è stata questa: forse questa volta il dono di Dio per lei non è la guarigione, ma il Regno dei Cieli e in ogni caso, qualunque esso sia, il piano del Signore è sicuramente il migliore per lei (è senz’altro migliore dei suggerimenti che noi pretenderemmo di dare a Dio quando vorremmo veder finite le sue sofferenze)”.

    Si chiede allora Laura se Maria, destinata al Regno dei Cieli, per caso non sia una figlia di serie A mentre lei, con un’esistenza più felice, una figlia di serie B. Ma poi riflette che probabilmente Maria penserà proprio il contrario, considerando di serie B se stessa per le sue afflizioni. Conclude, con una sapienza che stupisce data la sua giovane età, che fare paragoni è sbagliato e fuorviante perché ogni individuo è diverso e Dio ha un progetto diverso per ciascuno: “e ho concluso che il più grosso errore di valutazione che può fare l’uomo è quello di non accettare la sua condizione particolare e di volersi cacciare in complicazioni, in confronti ecc., che lo distolgono dalla Verità”.

    Queste cose, ripeto, Laura le pensa e le scrive prima che le sia diagnosticato il tumore, ignorando ancora che presto le sarà chiesto di pensare e agire coerentemente.

    Il 29 dicembre 1984 Laura viene operata e quella che sembrava una cisti si rivela essere un tumore. Durante la prima metà dell’anno successivo viene sottoposta alla chemio e nelle sue lettere dice a Guido il suo timore che il male degeneri fino a impedire loro di sposarsi e di avere i due figli di cui avevano già scelto i nomi: Marco e Chiara; il suo timore che le venga amputato il piede (in ospedale ha visto due ragazzi con una gamba amputata) e che questo renda meno felice la loro vita futura; il suo timore di rimanere schiacciata dagli eventi, priva della forza di reagire. Con questo aprire al fidanzato il suo cuore “nella Verità”, come scrive ben sei volte, inizia un nuovo comun sentire tra i due giovani.

    È in questo periodo che Laura comincia a vivere sulla sua pelle quanto aveva “teorizzato” aiutando Maria. Scrive infatti, e questa volta riferendosi a se stessa, che la situazione va accettata serenamente perché “tutto ciò che succede ... è volontà di Dio ed è per il nostro bene”. Ma l’attenzione di Laura non resta concentrata su sé, si sente chiamata a dare fiducia e speranza a chi ha intorno, a cominciare da Guido che coinvolge sempre e comunque con un noi che supera ogni individualismo: “Il Signore ... ci vuole impegnati nel mondo ma con occhi distaccati dalle cose del mondo”. E la vita stessa, dono grande di Dio, non va assolutizzata, ma “vissuta come esperienza, trampolino di lancio verso il Regno dei Cieli che è luogo di perfezione, di armonia, dove il male non esiste” perché “l’inevitabile esperienza del male significa riappropriarsi della vita, cioè della propria volontà di vivere amando”.


    È a questo punto della sua crescita spirituale, prima che i noduli tumorali ricompaiano, che Laura riflette sul senso della vita che, per essere colto appieno, ha bisogno che la sofferenza crei un distacco dalle cose futili attorno alle quali disperdiamo gran parte del nostro tempo e del nostro denaro.


    Come non ricordare le parole di Isaia in 55, 2-3: Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro patrimonio per ciò che non sazia? Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti. Porgete l'orecchio e venite a me, ascoltate e voi vivrete.


    Si tratta, scrive Laura, di riconsiderare la vita come “un’esistenza terrena destinata all’eternità” per cui anche se è bello avere dei desideri - Laura e Guido desiderano e sperano nella guarigione - bisogna “nel nostro cuore lasciare lo spazio ai disegni di Dio, così quando si andranno a confrontare tali desideri con la realtà non ne potrà che nascere una preghiera di ringraziamento a Dio per quanto di meraviglioso ci ha voluto insegnare col suo disegno!!”


    Qui Laura tocca un argomento fondamentale, per noi credenti: nella malattia, nostra o di un nostro caro, speriamo nella guarigione e preghiamo per ottenerla, ma quando essa non avviene, restiamo delusi e non ringraziamo Dio “per quanto di meraviglioso ci ha voluto insegnare col suo disegno!!” Laura infatti, pur desiderando guarire, non condiziona la fede a questo suo più che legittimo desiderio. Infatti scrive: “In questi giorni di attesa degli effetti del cobalto ho fatto un preciso atto di fede, ossia: io mi impegno a fare fino in fondo la parte che mi spetta per contribuire alla guarigione del mio piede ... ed accetto fin d’ora, con serenità d’animo qualsiasi nuova prospettiva mi si aprirà davanti terminate queste cure, poiché riconosco in essa una precisa volontà del Signore, una Sua provocazione a cui cercherò di rispondere il più degnamente possibile”.

    Il sei dicembre 1985 scrive: “Oggi ho sentito, al tatto, una sporgenza nel piede. Non saprei dire con certezza che si tratta di un nodulo o che è un segno sicuro di recidiva ... bisogna che il Signore mi aiuti a tenere sotto controllo la situazione perché io non voglio essere schiava della paura, ma al limite, tutt’al più, convivere con il male, che significa Amare nonostante il male e tutte le sue sfumature (il disagio, l’incertezza di come andrà a finire) ...è facile amare quando si è tranquilli ... ma l’Amore si tempra e si fortifica, si avvalora nella prova, ed è forse questo che il Signore vuole da me: potenziare la mia capacità di Amare”.

    Due giorni dopo scrive: “È bello ... offrire al Signore al termine della giornata il frutto del nostro lavoro: quello che siamo riusciti a fare ... e chiedergli la forza per la nuova giornata che ci attende ... ringraziare e pregare il Signore non solo per il mio lavoro, ma anche per il tuo, per quello del mio fidanzato ed anche questo io trovo che sia un modo meraviglioso per accrescere e qualificare il bene che ci vogliamo”.


Il 29 gennaio1986, dopo una TAC, appare inevitabile l’amputazione del piede che sarà praticata il 24 febbraio 1986.

Il 4 febbraio, coerentemente con quanto aveva scritto, sostiene con successo un esame universitario. 

Il 18 febbraio viene ricoverata per l’operazione.

Il 19 febbraio, giorno dell’amputazione, scrive: “Penso che il Signore è un Padre buono e che non ci abbandona nel momento della prova e questo mi dà sicurezza, mi fa sentire nel suo grembo, perché qualunque cosa accade, succede, con Lui non c’è da temere o da aver paura. Sì, questa convinzione sta entrando abbastanza bene nel mio animo ... Chiedo anche al Signore, Guido, tanta forza per te ... questo è il modo migliore per aiutarci ... Bene mio, vivi nella pace e nella serenità perché non hai nulla da temere: hai un Padre buono che ti vuole bene”. Il non realizzarsi della sua speranza di guarire non scalfisce la sua fede e inizia a mettere in pratica quanto aveva teorizzato e cioè vivere l’oggi con pienezza e “confidando in Dio per il domani”. Riconosce che la forza che le consente di “affrontare con sorridente serenità” quella prova viene da Dio e che “questa forza se la chiediamo con fede ci viene data con abbondanza dal Signore”.


Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono! (Lc 11, 13)


    Questa forza, che non tutti riceviamo quando siamo sottoposti a delle prove, Laura la ottiene perché nel suo cuore, come aveva detto, ha lasciato spazio ai disegni di Dio.


Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu! (Mt 26, 39)


    Inizia un secondo ciclo di terapia durante il quale Laura conduce la sua vita secondo uno stile di normalità: pizza con i vecchi compagni di liceo, gita con i parrocchiani. Spera sempre nella guarigione (“la serenità di chi ha fatto il possibile per curare i suoi acciacchi e avrà la possibilità, a Dio piacendo, di condurre una vita del tutto normale ed efficiente”), pur non nascondendosi la gravità della malattia che l’ha aggredita (“Amo la vita, sono attaccata alla vita ... senonché il pensiero dell’eventualità di morire giovane ... di lasciarti solo, di non poter realizzare questi sogni, mi procura spesso un grande dispiacere. Ed è proprio qui che io credo di stare sbagliando in pieno ... perché così facendo, cioè attaccandomi morbosamente a qualcosa che non mi appartiene (la mia vita non mi appartiene; appartiene a Dio) mi “frego” con le mie stesse mani: mi metto in condizione di vivere male, con angoscia e disperazione il tempo che Dio mi dona di vivere”).

    Laura si rende conto che non vive per laurearsi, per sposare Guido, per avere dei figli da lui; vive per amare Dio attraverso tutte queste cose buone. Questo amore è il fine, dice Laura, anche se questa certezza “viene messa seriamente alla prova, specie quando ci facciamo sopraffare dalle paure e ... noi ci vediamo nelle vesti di ‘super-vittime’ di ‘super-provati’, quasi Dio avesse ‘piacere’ a vederci soffrire ... è perciò dunque importante, fondamentale per noi cominciare a ‘sfrondare’, a liberare il campo dalle nostre ossessioni e fissazioni: per ritrovare Dio e per ritrovare noi stessi nella verità, per ritrovare la speranza dei figli di Dio e la serenità che ci permettono di affrontare la vita”.

    Al termine del secondo ciclo di terapia Laura scrive che le difficoltà incontrate hanno in qualche modo “costretto” i due fidanzati a crescere nell’amore reciproco: “Le difficoltà non hanno ostacolato, ma anzi hanno accresciuto, rafforzato l’amore che è fra noi. Ciascuno dei nostri problemi avrebbe potuto renderci individui tristi, chiusi nella propria situazione, nei propri affanni, incapaci di venirne fuori ... e invece, grazie all’aiuto di Dio, al di sopra di tutto è rimasto l’amore, quello vero, quello che può vincere tutto perché è: apertura verso l’altro; è preghiera per l’altro ... è affidamento a Dio della vita dell’altro”.


Vi riconosceranno da come vi amerete


Il 2 ottobre una radiografia rivela metastasi ai polmoni.

Il 27 ottobre una TAC ne conferma undici, per cui Laura non è operabile.

Il 22 novembre riceve l’unzione degli infermi.

Il 4 aprile 1987 muore.


    Laura e Guido, naturalmente, sperano nel miracolo della guarigione, ma presto Laura sentirà che ciò per lei non avverrà, e scriverà che in fondo anche una guarigione miracolosa non avebbe nulla di definitivo, di assoluto, perché la vita terrena di tutti è comunque soggetta a un termine.


Laura non cessa di affidarsi a Dio:

    •    “Sono stati giorni di una forte ricarica spirituale: sono arrivata da te, esternamente padrona della situazione, ma col ‘magone’ dentro e non ho avuto ritegno (!) a controllare le lacrime prontamente scatenate da un approccio sentimentale, emotivo alla questione della mia morte ... qui si tratta di sfrondare il campo da questi pensieri e sentimenti ‘romantici’ che a nulla servono se non a distoglierci dai veri problemi ... continuando ad affidarci a Dio ... La morte ... quando verrà, sarà affrontata come ogni altra cosa insieme, a due, anzi tre (io, te e Dio)”

    •    “Il nostro presente ci chiama ad occuparci, con spirito di fede ed abbandono a Dio, delle nostre esistenze, dello studio ... continuando a perseverare nella preghiera e nel digiuno e nella cura del nostro amore”.

    •    “Arriverà, arriverà ne sono certa, questa serenità voluta, cercata e pregata” (come non notare -cito a memoria- l’assonanza con lo sfogo di Giobbe che esclama: io, io stesso lo vedrò, i miei occhi vedranno il Signore!).

    •    “Preghiera, digiuno, sacrificio, mortificazione di sé per il bene degli altri”

    •    “Con Cristo tutto è possibile (anche un atteggiamento sereno nei momenti difficili) e che tutto ... è un segno del Suo amore nei nostri confronti; è un modo Suo di dirci che Egli ci vuole bene, si interessa a noi”

    •    “ Che il Signore ci dia la forza sempre di credere questo e di testimoniarlo con la nostra vita”.

    •    “Sia nella salute che nella malattia la nostra vita appartiene a Dio e Lui solo conosce il numero dei nostri giorni”

    •    “Mi rendo conto che iniziare la giornata col Signore è garanzia sicura del dare un senso ed un valore a tutto ciò che accadrà durante il giorno”


E Dio le risponde:

    •    “Sento questa serenità spiegabile unicamente come dono di un Dio buono che viene in soccorso dei suoi figli quando essi, in situazioni difficili e problematiche, lo invocano perché consapevoli che da soli non ce la farebbero”.

    •    “Si potrebbe pensare: ‘che ragazzi sfortunati ...’ ma la realtà più intima che stiamo vivendo io e te come fidanzati è quella di un amore che è venuto giorno dopo giorno crescendo, maturando, di una comunione spirituale profonda che si è affinata nel crogiolo di questi due anni di sofferenza.”

    •    “Ah, come è difficile staccarsi da tutto per fare solo affidamento a Dio, ma come è benefico questo atteggiamento”

    •    Dio pone Guido a fianco di Laura (ma anche Laura a fianco di Guido!): “In questo senso io ritrovo in te, Guido, la incarnazione della presenza benevola, benefica ed amorosa di Dio”

    •    “Sono molto contenta, sai, di essere alla ‘scuola del Signore’ insieme a te e di praticare insieme a te modi nuovi di preghiera e di accoglienza del Signore nella mia vita! ... Viviamo bene ogni nuovo giorno che il Signore ci dona, dedicandoci agli impegni quotidiani con immutata dedizione, alla preghiera, al confronto con gli altri”

    •    “Una volta che si è ridimensionata questa vita terrena, credo che si possa vivere con Gioia ogni momento di essa: la malattia, un matrimonio, la morte stessa”.

    •    “Ciao, tenerezza mia infinita, come stai? Hai visto anche tu?! Freddo a parte, il Signore ci sta donando delle giornate stupende”

    •    “È bello constatare come i giorni vissuti in un impegno dedicato a Dio trascorrano sereni, in una pace fattiva che dà coraggio”

    •    “Se sento di una persona morta per tumore ... penso che la mia sorte non sarà dissimile ... Forse anche questa è una tentazione di Satana. Poi però ritorna il momento di luce ... ed ancora mi dico, convinta, che agli occhi di Dio la migliore risposta di un suo figlio di fronte alla morte è quella di Vivere, di dedicare alla Vita ogni energia che ha in corpo perché è alla Vita (quella Eterna) che siamo chiamati ... e non alla morte”.

    •    “Ripenso con gioia alla serenità ritrovata dopo la Messa a Santa Maria sopra Minerva o al bellissimo pomeriggio trascorso ai Vaticani con mamma Rita e la Zanetti che si è concluso poi a casa Boffi tra le risate scatenate da quel simpaticone di Marco”


UN MESE PRIMA DELLA MORTE

    “Credo che sia importante ringraziare ogni giorno il Signore per le gioie e le consolazioni che ci dona ... grazie dunque o Dio, di Guido: benedici e rafforza il nostro amore ed aiutaci ad essere buoni perché solo così piacciamo a Te e ci piacciamo a vicenda.


QUINDICI GIORNI PRIMA DELLA MORTE

    “Sono nella pace, sai? E sono tanto grata a Dio che anche tu lo sia! È una pace accolta come un dono ‘ristoratore’ di Dio il quale, certo, non ha risolto tutti i nostri problemi, ma ci sta aiutando, come dicevi bene tu, ad accettare questo momento per quello che è e noi stessi per quello che siamo e che possiamo dare in questo frangente.







   Papa Francesco, all’inizio di Gaudete et Exsultate, scrive che quello che il Signore ci offre “è la vera vita, la felicità per la quale siamo stati creati. Egli ci vuole santi e non si aspetta che ci accontentiamo di un’esistenza mediocre, annacquata, inconsistente”


Laura la felicità di una vita piena, non mediocre, non annacquata e inconsistente l’ha trovata già in terra, grazie al tumore che l’ha uccisa.


Una vita piena? Per circa tre anni? E quanti sono stati gli anni della vita pubblica di Gesù?







A un uomo fu donato il coraggio e a un altro la fede, e furono posti di fronte a un grave pericolo. Entrambi, grazie al dono ricevuto, lo superarono; ma uno solo di essi, dopo averlo superato, si fermò, si voltò e rese grazie.







Padre Alex Zanotelli (missionario):

– Chi è Dio per te?

Florence (sedicenne malata terminale di Aids):

– Dio è mamma.


Padre A. Z.:

– Florence, chi è per te il volto di Dio?

Florence, dopo alcuni minuti di silenzio, risponde sorridendo:

– Sono io il volto di Dio!








La sofferenza, dunque, presenta due aspetti: l’aspetto che ha colto Laura, e quello che ha colto Florence. Da un lato la sofferenza avvicina il sofferente a Dio; dall’altro mostra, a chi osserva il sofferente, il volto di Dio.








Laura e Guido ...

Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato

(Is 50, 4a)

... Florence e padre Alex



 

PERCHÉ DIO PERMETTE IL MALE?