IL LAGO

 
 
  

    Il romanzo è  “Dedicato a chi è in viaggio”.

Dunque:

    - A chi accetta la vita per quello che può dare, nel bene e nel male.

    - A chi non considera la felicità un diritto.

    - A chi, tra i due punti fermi di nascita e morte, non si adagia, non si adegua, non rinucia alla propria dignità di essere umano.


   


“Nonna, dove sono i miei genitori? Perché non ho una madre e un padre come tutti?”

  


il lago è la storia, da tre a diciotto, diciannove anni, di Nami e della sua ricerca delle proprie radici.

È anche un atto di accusa contro l’inquinamento ambientale.

È anche un atto di accusa contro la prepotenza e la violenza su persone e animali.

È anche uno sberleffo alla prosopopea e alla tracotanza.

È anche un inno alla resistenza umana.


    La copertina è scarna, essenziale, efficace. Sintetizza il contenuto e lo spirito del romanzo e, con la doppia scritta della quarta - il ceco in sottimpressione ricorda quei pensieri che, prima del sonno, si fanno vaghi e sfocati - l’impegno e la partecipazione della traduttrice che va “avanti a tradurre fino a notte fonda, perché non puoi lasciare Nami ...”


    La storia si svolge attorno ad un lago tanto inquinato che chi vi si bagna è assalito da dolori e vomito e si copre di eruzioni cutanee. Il territorio è occupato dai russi. Gli abitanti li chiamano così: i russi. Noi e loro. Occupati e occupanti. Nemmeno quando la Vecchia dama si vedrà devastata la casa e il giardino dai rivoltosi scacciati da soldati russi al comando di un tenente gentile e buon musicista, la distanza si accorcia. Gli dice infatti che considera i russi bestie “perché non pensasse che potesse aggiustare tutto con una suonata al piano”. Anche se poi gli chiede di suonare ancora.


   Bianca Bellová non dà nomi a ciò che vuole rappresentare allegoricamente. Il lago, inquinato e in via di prosciugamento, un nome non ce l’ha. Il parallelo con il lago d’Aral è immediato, ma si ravvisa anche un altro significato riposto, che diventa chiaro giungendo all’ultima frase del romanzo.


“Il lago lentamente gli si apre, e Nami si immerge”.


Nemmeno lo Statista ha un nome e nemmeno la capitale. Nemmeno la Vecchia dama ce l’ha.


    La vita non fa sconti a Nami. Il nonno, pescatore, muore durante una tempesta assieme al padre di Alex, suo compagno di giochi con il quale si diverte a “sparare” ai russi con armi immaginarie. Qui entra in scena Zaza, il primo (e unico) amore di Nami. Al loro primo appuntamento accadono due cose. C’è il primo dei rari momenti felici di Nami, discriminato nel villaggio di Boros in cui vive per il mistero che aleggia attorno all’assenza dei sui genitori. Varie allusioni lasciando intendere che la madre sia una prostituta. Nami chiede più volte alla nonna dove siano i suoi genitori, ma ogni volta la donna elude la domanda. L’affetto dei nonni non può sostituire quello dei genitori assenti, ecco perché quell’amore acerbo fa scaturire dentro di lui “geyser di felicità che gli esplodono dentro”. La seconda cosa che accade, non è nel romanzo, ma nella testa di chi lo legge: egli comprende il tipo di scrittura di Bianca Bellová. La scrittrice non dice tutto. Alcune cose, spesso le più importanti, le lascia intendere, quasi le nasconde. Mi spiego. Durante l’incontro dei due ragazzini, non dice che Nami era eccitato, lo lascia intendere scrivendo, dopo che i due si sono salutati, “L’erezione è ancora lì”. Prima di questa frase, a pagina 37, ben nascosto in un’apparente descrizione ambientale, indizio rivelatore del modo di ragionare slavo che per arrivare ad un punto compie una sorta di spirale, c’è un riferimento preciso all’epilogo del romanzo. Esso si conclude nello stesso villaggio e nello stesso posto in cui Nami sente esplodergli dentro “geyser di felicità”. Il cerchio si chiude e al lettore è data, all’inizio del romanzo, la giusta chiave per comprenderne l’epilogo.


    La scrittura di Bianca Bellová dice non dicendo (e se avesse usato il termine “urubori” non per alludere al “popolo eletto della luce” ma per indirizzare il lettore verso il simile “uroboro” che richiama l’immagine del serpente che divora la sua stessa coda, l’immagine del lago che evapora, l’immagine del cerchio che si chiude e, in definitiva, l’immagine della vita e della morte?) e rivela anche la sua carica di sensualità. L’olfatto, innanzitutto. Quasi non c’è pagina in cui un suo personaggio non avverta un profumo, un odore o, più spesso, un fetore. Poi c’è il sesso, probabilmente avvertito con una connotazione minacciosa. Anche se non ci sono pagine che descrivono amplessi e Nami alla fine del romanzo è ancora vergine, il termine erezione compare spesso, anche nell’improbabile analogia: “L’hotel Hyatt e gli edifici di vetro e cemento delle multinazionali si ergono minacciosi contro il cielo, sembra un’erezione gigantesca ...”


    La nonna cade e si frattura il femore. Tanto basta perché, giunta ormai alla soglia della vecchiaia, venga abbandonata dal presidente del kolchoz (che non ha un nome, quindi nella scrittura di Bianca Bellová rappresenta una categoria di persone) e dai compaesani a morire sul lago, il cui Spirito reclama vittime per placarsi. E qui fa capolino la vena animista del popolo ceco che, probabilmente il più irreligioso del mondo, tanto da rinchiudere la cattedrale gotica di Praga entro una costruzione (per accedervi bisogna passare attraverso un bar), esterna in tal modo il suo bisogno di trascendenza e spiritualità.

    Nami vorrebbe salvare sua nonna.

    “Come faccio a fermare tutto questo, nonna?”

    “Non puoi fermarlo tesoro. Deve andare così, se non vogliamo che lo Spirito si arrabbi”.

    Nami, furibondo per non poter fare niente per salvare la nonna, va nel pollaio e sgozza una gallina.


    Interessante l’associazione impotenza-violenza gratuita. Più tardi, quando Nami, ormai giovanetto, non riuscirà ad avere un rapporto con una prostituta, prenderà a calci un uomo addormentato per terra “finché non vede colargli il sangue dal naso”.


    Nami resta solo e il presidente del kolchoz si stabilisce con la famiglia in casa sua. Al loro arrivo Nami piange.  “–Sta zitto mostro, o ti affogo nel lago!– grida il presidente, portando i primi pacchi al piano superiore”. Tanto per mettere subito in chiaro che aria tirerà in quella casa da quel momento.

    Tutte le sere Nami, con il pretesto di andare lungo il lago per raccogliere legna da ardere, incontra Zaza. Presto il presidente del kolchoz si accorge che torna a mani vuote e per punirlo lo rinchiude nel pollaio durante la notte. Nami però ne esce ed entra facilmente e continua a vedersi con Zaza, finché un brutto giorno vengono sorpresi da due militari russi che violentano la ragazzina. Nami scappa. Dopo alcuni giorni, con l’animo lacerato tra sentimenti e pensieri contrastanti, affronta il presidente del kolchoz, si fa consegnare un po’ di denaro e s’imbarca per la capitale, sull’altra sponda del lago. Cerca sua madre. Di lei non sa nemmeno il nome, la nonna non glielo ha voluto dire, né che aspetto abbia. Una sola volta l’ha vista, aveva tre anni, in riva al lago. Di lei ricorda solo i tre triangoli del bikini, i capelli neri legati a coda di cavallo, il profumo (naturalmente!) della pelle, e la voce che gli cantava una dolce canzone.

    Al suo arrivo nella capitale, gli basta notare “due seni grandi, rotondi, tridimensionali” di una ragazza alla guida di un fuoristrada per evere “un’erezione dolorosa”. Chiede l’ora a una donna grassa che, con la scusa di offrirgli due piroh di carne, lo adesca. Ma lui, disgustato, se ne va. Si reca alla “borsa del lavoro”. Essa “è costituita da tre file di uomini, a volte quattro, che vestono tutti i colori della tristezza e portano addosso la stessa puzza di umanità e biancheria sporca”. Arrivano i datori di lavoro e, senza scendere dalle automobili, con un gesto della mano scelgono. I prescelti vanno con loro e i loro posti “vengono rapidamente occupati dalle pedine della seconda fila”. In questo modo Nami trova lavoro prima come scaricatore, poi in una fabbrica di zolfo. Lavoro duro. Sporcizia, puzzo, cimici, polmoni che bruciano, fame. Il pensiero di sua madre non l’abbandona. Senza ansia, però; “è convinto che se deve incontrare sua madre, succederà”. Fa amicizia con Nikitic. Questi gli dice che un disegno (“una fica”, dice l’uomo) fatto con un bastoncino sull’asfalto freschissimo, presto scompare. Allora Nami, ogni volta che è solo, sull’asfalto appena steso lungo i vialetti della fabbrica “disegna di nascosto il suo dolore; le grandi mani della nonna, la curva di un corpo femminile, le galline nel pollaio puzzolente, i tre triangoli”.


    Al lettore a questo punto viene da chiedersi se questo dolore verrà lenito, prima o poi, magari con l’incontro con sua madre, oppure no.


    Nikitic muore sotto gli occhi di Nami in un terribile incidente sul lavoro e il ragazzo “non torna più nella fabbrica di zolfo”. Di nuovo in cerca di lavoro, lo trova come cameriere tuttofare presso un uomo che “si fa chiamare Johnny”, un giovane manager di “una società mineraria straniera”. Il primo giorno del suo nuovo lavoro, dopo una doccia in una casa lussuosa, Nami si guarda allo specchio e non si riconosce, è quasi un uomo. “Ha un’erezione, e quindi ci appende l’asciugamano e cerca di farlo dondolare”. Johnny è gentile e tratta bene Nami, ma la sua vera natura si rivela durante una spedizione punitiva organizzata dalle persone importanti della capitale contro animali, ex cavie probabilmente malate, prigionieri di un’isola in mezzo al lago. Gli animali, festosi, si fanno incontro agli uomini che invece cominciano a sparare, inseguendoli ed esaltandosi per la strage. Nami aveva il compito di portare e caricare le armi di Johnny, ma non intende partecipare allo scempio e resta sulla barca. Johnny, eccitato dall’imminente caccia, ha un’erezione e Nami, quando se ne accorge, “si sente male”. Al ritorno dalla battuta di caccia, Johnny rimprovera il ragazzo con parole offensive e lo spintona facendolo cadere. Nami reagisce ed atterra il suo datore di lavoro che, imbracciato il fucile, conta fino a dieci e poi gli spara dietro mentre il ragazzo corre a zig zag. Se la cava, non viene colpito, ma è lasciato sull’isola. Fortunatamente il pescatore che l’aveva accompagnato, verso sera torna a prenderlo. È salvo. Il pescatore, si chiama Vaska e porta Nami dalla Vecchia dama. Questa l’accoglie e, senza chiedergli chi sia o quali vicende lo abbiano condotto fino a lei, lo ospita. La Vecchia dama tiene un salotto che “di sera si riempie dei vari intellettuali, dissidenti di second’ordine e divi del teatro del secolo scorso”. Era uno dei tanti governi ombra della città. “Dentro quel salotto era anche nata una fondazione ufficiosa a favore delle ragazze che si trovavano in situazioni delicate”. La Vecchia dama aveva conosciuto la madre di Nami. Si chiama Marie Anna, “è arrivata col treno della notte, dopo essere stata violentata dallo scemo del paese” e vive a Kuce, un villaggio che vive della raccolta del cotone, in mezzo al deserto. Nami ci va. Al suo arrivo il villaggio è vuoto. Sono tutti al lavoro nei campi di cotone. Al loro rientro, nami segue una donna che, giunta a casa, si volta, lo osserva e l’invita a bere una tazza di tè. È sua madre. L’ha trovata, finalmente! “È così, ha una madre. Ha una madre sua, come qualsiasi altra persona. Quella consapevolezza lo riempie di stupore. Non ci crede”.

  

    Queste quattro frasi, brevi, asciutte, dicono a chi ancora non lo avesse compreso, quanto Nami avesse sofferto nel sentirsi diverso dagli altri.


    Nami non sa ancora che chi desidera troppo a lungo una cosa finisce per idealizzarla costruendosi un film idilliaco e mettendo le basi di un’inevitabile disillusione che può essere devastante. Lo sa bene invece Bianca Bellová perché quando Nami, trovando la vita a Kuce un inferno, insiste con la madre perché tornino insieme a Boros, fa dire a Marie Anna: “Dio mio smettila Nami. Stai zitto, smettila di urlare. Io al lago non ci tornerò mai”. E conclude: “Poi tacciono entrambi e camminano nella polvere. Ognuno fissa davanti a sé, evitando di incrociare gli sguardi”.


    Quel silenzio è un silenzio di solitudine, tanto più desolante quanto più è cara la persona in compagnia della quale la si prova. È uno strazio dell’anima, uno strappo, un silenzio muto. Sono insieme, camminano affiancati sollevando polvere. E sono soli. La polvere di quel deserto si posa sulle loro scarpe, sui loro abiti, sui loro animi, come la polvere della terribile siccità descritta da Steinbeck in Furore.


    Madre e figlio si separeranno, ma non subito. Nel frattempo Marie Anna dice a Nami che è figlio di Sahnaz, lo scemo del paese, che l’aveva violentata quando aveva diciassette anni. Lei lo aveva accusato e gli uomini di Boros l’avevano linciato e buttato nel lago. In seguito avrebbero incolpato lei del loro stesso crimine, così quella notte i suoi genitori la misero sull’autobus per la capitale.

   

    Nel frattempo a Kuce tra i raccoglitori di cotone serpeggia un malcontento che presto sfocia in una rivolta aperta. Nami ripete ogni giorno alla madre che devono andarsene, ma lei “scuote la testa. Qui ha tutto ciò di cui ha bisogno, gli uomini si calmeranno presto e tutto tornerà come prima”.


    A questo punto viene da chiedersi se tra tutto ciò di cui ha bisogno Marie Anna sia incluso Nami. E ci si chiede anche perché, dopo quella prima volta sul lago, la madre non è più tornata a trovare il figlio.


    Prima di partire, Nami le dice per l’ultima volta: “Dobbiamo andarcene”. La madre obietta che non ha nessuna voglia di ricominciare da capo mentre lì non le manca niente e “non lo saluta quando lui se ne va”.

    Nami, un po’ a piedi e un po’ in autostop, torna nella capitale dove è scoppiata la rivolta degli urubori, repressa dall’esercito russo. Si ferma dalla Vecchia dama qualche settimana, le sistema il giardino devastato dai rivoltosi, riuscendo a far rifiorire una rosa bianca, metafora di ogni rinascita. Va a trovare Majmun, uno scimmione che aveva visto rinchiuso in gabbia durante la sua prima permanenza nella capitale. La gabbia è sfondata.


“Majmun! Come fai a non accorgertene?! Sei libero!”


    Non commento questo passaggio che parla della comoda e rassicurante gabbia (aperta) che alcuni preferiscono alle incognite della libertà.


    Lo stato d’emergenza viene revocato e Nami può tornare a Boros. Appena in tempo, perché la capitale brucerà. Torna a piedi, costeggiando il lago. Ancora polvere, tanta polvere. “La polvere è ovunque, si sparge dappertutto. Si appiccica ai rami degli alberi, agli steli d’erba, alle elitre dei coleotteri, alle mucose di Nami e al dorso delle sue mani”. Quando raggiunge Boros tutto gli sembra più piccolo, le case, le strade, l’intera città.


    Chi non ha avuto la stessa sensazione, tornando da adulto nei luoghi dell’infanzia?


    Per prima cosa Nami cerca Zaza. La vede, la chiama, si danno appuntamento per l’indomani, quando lei gli dirà che ha sposato Alex, il loro antico compagno di giochi e “Nami rimane paralizzato, non riesce a mascherare lo shock”. Un altro terremoto scuote la sua vita.


    Tornato a casa, dopo un paio di scontri verbali con il presidente del kolchoz i due uomini stanno per venire alle mani, ma come accade nel mondo animale, il presidente riconosce e accetta la superiorità fisica di Nami e la tensione si sgonfia. Nami gli domanda dove viva la famiglia di Sahnaz e il presidente risponde che suo padre vive in una baracca dove prima c’erano i cantieri navali. Nami ci va e trova una casupola il cui esterno è sommerso dagli oggetti più disparati, cianfrusaglie ammucchiate ovunque. “Davanti alla casa è seduto un uomo che pulisce con uno spazzolino da denti un recipiente di stagno”. L’uomo non chiede a Nami chi sia, risponde con un cenno al suo saluto e, continuando il suo lavoro, gli fa cenno di sedersi accanto a lui. Poi, offrendogli tè, pane, burro e cipolla, gli dice che tutti quegli oggetti li recupera dal lago e l’invita a trattenersi e a dormire sul letto di suo figlio. Al suo risveglio l’uomo gli legge i versetti 15 e 16 del quarto capitolo del Vangelo di Matteo che parlano delle tribù di Zàbulon e di Nèftali, presso il lago di Tiberiade/Mare di Galilea, che passano dalle tenebre a una luce splendente. Lo fa pacatamente, con tono allegro, senza atteggiamenti da santone. Non gli chiede cosa lo spinga lì, e nemmeno glielo chiederebbe. Accetta la presenza del giovane come la cosa più naturale del mondo. Nami gli dice di essere suo nipote. L’uomo (non ha un nome!) dice che non è vero, suo figlio è stato ucciso ancora vergine e non gli è rimasto nessuno, tranne Gesù. Nomi ha un gesto di stizza battendo, come altre volte nel romanzo, il pugno chiuso contro il palmo aperto dell’altra mano; ha percorso tutto quel viaggio per imbattersi in un pazzo! Se di pazzia si tratta, però, è una follia non pericolosa, l’uomo è tranquillo e ispira tranquillità. Parla con calma, il gatto gli si acciambella sulle ginocchia e si lascia accarezzare dolcemente.


    Però, che diamine! Non si accontenta di mettere Dio al posto dello Spirito del lago, ma tira in ballo addirittura l’uomo-Dio Gesù!


    L’uomo gli racconta un’altra storia. Marie Anna ha avuto una relazione con un soldato russo ed è rimasta incinta. “Quella ragazza forse era nei guai, non ce l’ho con lei se si è inventata quella storia ... sicuramente era in un brutto pasticcio e non sapeva come cavarsela. Chi è senza colpa getti la prima pietra ... hanno buttato Sahnaz giù dal letto e lui gridava .... papino, papino, ma io non potevo fare niente ... è stato un crimine enorme, ragazzo. Prego per tutti qui peccatori, che il Signore abbia pietà di loro”.


    Non conosco la spiritualità di Bianca Bellová, ma se non è credente si è documentata bene. Nelle ultime nove pagine che chiudono il romanzo, c’è l’essenza del cristianesimo: Amore e Perdono. E pace interiore, loro conseguenza.


    L’uomo si immerge ogni giorno nel lago alla ricerca del figlio, e recupera tutti quegli oggetti. Indossa una muta da sub. Ne ha una anche per Nami e gliela dà.


         E quel Nami, che ai soprusi del presidente del kolchoz aveva risposto andando via da casa sua, e che dalla scena dello stupro di Zaza scappa via, e che dalla donna grassa fugge malgrado il “dolore” delle sue non appagate erezioni, e che non torna più nella fabbrica di zolfo dopo la morte di Nikitic, e che dalla Vecchia dama si allontana due volte, e che dopo aver ritrovato sua madre dopo tante peripezie se la lascia alle spalle; quel Nami che alle durezze e fatiche fisiche resiste e si fortifica ma che di fronte a quelle psicologiche risponde con la fuga, finalmente adulto, accetta di entrare nella vita, per quello che essa può dare, nel bene e nel male. E la vita, non più debitrice di felicità, finalmente lo accoglie.




“Il lago lentamente gli si apre, e Nami si immerge”.






 

di Bianca Bellová

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