EREMI CELESTINIANI

 





GLI EREMI CELESTINIANI E RUPESTRI DELLA MAJELLA E DEL MORRONE


Partecipano:

Mimmo Valente (presidente sezione Pescara di Italia Nostra) Paola Marchegiani (assessora al patrimonio culturale) Alessandro D’Ascanio (sindaco di Roccamorice) Marco Brandizzi (direttore Accademia Belle Arti L’Aquila) Adriano Paolella (consulente Associazione Italia Nostra) Franco Iezzi (presidente Parco Nazionale della Majella) Kairòs Solutions (società di formazione) Mariantonietta Firmiani (Parallelo 42) Rocco D’Alfonso (sindaco di Penne) Marco Parini (presidente nazionale Associazione Italia Nostra) Edoardo Micati (consulente esperto)



  

In Abruzzo si trovano le montagne più alte degli Appennini sulle quali si contano centoventi eremi (censimento di Edoardo Micati), molti dei quali si trovano sulla Majella. I più conosciuti e visitati sono gli eremi celestiniani, così detti da Pietro da Morrone, il futuro papa Celestino V. Benedettino fattosi eremita alla ricerca di Dio nel silenzio e nel nascondimento, cercò nelle montagne abruzzesi quello che gli antichi padri del deserto avevano trovato nei loro luoghi. Non a caso Petrarca definì queste montagne “domus Christi”.

    Li ho visitati questi eremi e chiunque, anche se non credente, dovrebbe farlo perché l’estrema bellezza dei luoghi giustifica pienamente le definizioni di percorso dell’anima e sentieri dello spirito. Naturalmente,  almeno la prima volta, con una visita guidata. La cooperativa “Ripa rossa” (formata da quattro giovani presenti all’evento) frutto della sinergia tra Comune di Roccamorice e Italia Nostra, accetta prenotazioni all’indirizzo riparossa.info@gmail.com.

    Gli eremi non furono fondati da Pietro Angeleiro: erano abbandonati da tempo, quando li abitò, spostandosi dall’uno all’altro alla ricerca di una sempre maggiore solitudine.

    Lungo i percorsi si incontrano le “pajare” (tholos), ripari di pietre a secco simili ai trulli pugliesi e ai nuraghi sardi.

    L’eremo celestiniano più nascosto e difficile da raggiungere è quello di San Giovanni all’Orfento. Partendo dalle gole dell’Orfento, fiume breve che dalle cime della Majella confluisce nell’Orta subito dopo Caramanico, e molto caro al mio cuore per antichi ricordi di pesca alla trota (scendevo dalla piazzetta lungo le “scalelle”, arrivavo giù, armavo la canna e, nascondendomi tra le rocce, calavo l’esca nelle piccole e limpide pozze tirandone fuori magnifiche trote autoctone. Fario, per intenderci) si sale lungo un sentiero segnalato tra boschi di roverella e faggete. Lungo il tragitto, dopo una bella sgambata, s’incontrano i resti dell’eremo di S. Onofrio all’Orfento (da non confondersi con quello di Sant’Onofrio al Morrone). Si tratta di parte del muro della chiesa. Il sentiero l’attraversa per poi inerpicarsi verso la Rava dell’Avellana, uscendo dal bosco. Giunti a un incrocio di sentieri, ben segnalato, si ridiscende verso l’eremo di San Giovanni All’Orfento, rientrando nel bosco.



L’Eremo di San Giovanni all’Orfento consiste in una grotta scavata sopra un riparo di roccia e divisa in due piccoli ambienti con un altarino ed alcune nicchie. Sotto il riparo di roccia, sono stati ritrovati i segni di celle di qualche discepolo, una chiesa e una foresteria.

L’accesso all’eremo è difficoltoso e molto caratteristico. Sulla parete verticale sono scavati nella roccia dei gradini fino all’altezza della grotta e uno stretto camminamento scoperto, non adatto a chi soffra di vertigini (in almeno un punto misura appena 50 cm) porta ad essa. Per di più, in prossimità dell’ingresso, il camminamento s’interrompe e per entrare nella grotta bisogna strisciare per tre metri lungo una fenditura attraverso la quale un uomo robusto passa con difficoltà. Nel 1294 Pietro Angeleiro si spostò da questo eremo a quello di Sant’Onofrio del Morrone.


L’Eremo di Sant’Onofrio al Morrone si raggiunge molto più facilmente che non il precedente. Anche ad esso si accede mediante una scalinata scavata nella pietra, ma lungo un sentiero che, partendo alle spalle di Brecciarola di Serramonacesca, passa attraverso cespugli di ginestre, di timo e di alloro che avvolgono il viandante con il loro profumo.

    L’eremo sembra conficcato nella roccia su uno strapiombo vertiginoso.

    Qui Pietro Angeleiro restò per un anno, prima di essere eletto papa.

    Durante la seconda guerra mondiale l’eremo, abbandonato da tempo, fu gravemente danneggiato. L’attuale ricostruzione ne ha ampliato le dimensioni.



L’Eremo di Santo Spirito a Majella è il più grande degli eremi celestiniani.

Esso, addossato alla parete rocciosa, ne fa parte in un abbraccio custodito dalla faggeta in cui è immerso.

Caratteristica dell’eremo è la “Scala Santa”, fatta costruire nel 1586 da Pietro Cantucci da Manfredonia. Essa è composta da due diverse gradinate. La prima, attraversando un sentiero incavato nella roccia, conduce al piazzale di fronte all’eremo; la seconda porta all’oratorio della Maddalena e a due “belvedere”.

Pietro da Morrone lo ristrutturò, ampliandolo per accogliere alcuni seguaci. Nel 1263, quando fondò la sua congregazione, stabilì qui la sede della casa madre e l’eremo ebbe il riconoscimento all’autonomia ed al titolo di monastero.

Soppresso nel 1807 l’Ordine dei Celestini, l’edificio venne distrutto. Oggi l' eremo di S. Spirito, costituito dalla chiesa, dalla sagrestia, dalla foresteria e dal complesso monastico, è un monumento nazionale italiano. Francesco Petrarca, nel “De vita solitaria” definisce l’eremo di Santo Spirito uno dei luoghi più adatti all’ascesi spirituale.


L’Eremo di San Bartolomeo in Legio si trova a metà del versante esposto a sud del Vallone di Santo Spirito. Incassato nella parete di roccia, dal versante opposto (se si procede lungo il sentiero proveniente da Valle Giumentina) si osserva come sia un tutt’uno con la montagna. Ad esso si può giungere anche lungo il sentiero che, partendo da Roccamorice, giunge all’eremo con il fotografatissimo camminamento scavato nella roccia (quello raffigurato nella foto di apertura). Al camminamento si giunge salendo la scala santa, intagliata nella roccia. Nell’eremo è conservata una statua lignea ottocentesca di San Bartolomeo con un coltello nella mano destra. Il 25 agosto la statua viene portata in processione fino a Roccamorice, con una tappa presso il torrente Capo la Vena. I fedeli si contendono il compito di portare la statua ritenendo di ottenere grazie in misura direttamente proporzionale al tempo durante il quale l’hanno fatto. Durante la processione il coltello viene tolto dalle mani del santo perché la sua eventuale caduta verrebbe interpretata come cattivo presagio. La statua resta esposta a Roccamorice fino al 9 settembre.


    L’evento pescarese “Gli eremi celestiniani e rupestri della Majella e del Morrone dal Medioevo a Patrimonio dell’Umanità” organizzato da Italia Nostra nella splendida cornice dell’Aurum, si è svolto alla presenza di un pubblico qualificato e attentissimo, segno inequivocabile di quanto l’argomento interessi. Si è parlato del presente, con occhio attento al passato, ma con cuore e progetti lanciati in avanti, nel futuro, affinché la loro realizzazione li insegua e li raggiunga.

    Mimmo Valente, Presidente della sezione pescarese di Italia Nostra e Direttore degli Eremi di Roccamorice, ha introdotto, moderato e vivacizzato (dimostrando ancora una volta che cultura non è sinonimo di tediosa supponenza) l’incontro. Esso si è aperto (con l’intervento di Paola Marchegiani) e chiuso (con quello di Marco Parini) con il medesimo auspicio: di essere propedeutico ad un futuro riconoscimento degli eremi celestiniani come patrimonio dell’umanità da parte dell’Unesco.

    L’assessora al patrimonio culturale (e non solo sulla carta!) Paola Marchigiani nel suo breve intervento introduttivo ha indicato la giusta direzione in cui si deve muovere il recupero di questi luoghi: non estraniandoli dalla loro storia, ma rappresentandone la naturale e giusta evoluzione, evitando di reciderne il continuum culturale. In sostanza, questi luoghi non vanno visitati come un reperto archeologico, bensì vissuti.

    Il secondo intervento è stato quello di Alessandro D’Ascanio, sindaco di Roccamorice, nel cui comprensorio rientrano gli eremi di Santo Spirito a Majella, di San Bartolomeo in Legio e della Grancia di San Giorgio. Da buon amministratore e da persona sagace si era reso conto di rappresentare una piccolissima comunità (mille persone!) “proprietaria” di un bene immenso, caratterizzante l’intera regione, ma di non avere i mezzi per salvaguardarla. Non vivendo la propria carica come un’onorificenza, come talvolta purtroppo accade (e a volte accade anche di peggio) ma “facendosi camminare la testa” s’è rivolto all’Associazione Italia Nostra che è stata ben pronta a stipulare una convenzione con il Comune di Roccamorice per la gestione degli eremi del suo territorio. Ecco un sindaco che, individuato un problema della comunità che rappresenta, studia come risolverlo e ne attua la soluzione. Per lui la definizione di primo cittadino è appropriata. La sinergia tra Comune e Italia Nostra ha dato già un primo frutto: la nascita della cooperativa Ripa rossa, formata da quattro giovani (presenti alla manifestazione) cui rivolgersi per visite guidate. Risponde all’indirizzo riparossa.info@gmail.com.

    Il terzo intervento è stato quello di Marco Brandizzi, direttore dell’Accademia Belle Arti dell’Aquila che ha presentato il progetto di allestire una mostra negli eremi. In essa gli artisti documenteranno anche l’esperienza vissuta nel tragitto verso gli eremi.

    Il quarto intervento di Adriano Paolella, consulente progettuale di Italia Nostra che ha redatto il progetto di fattibilità, ha sottolineato la necessità di elaborare progetti capaci di far coincidere interessi diversi. Progetti, tuttavia, che debbono restare ad uso della collettività e soprattutto essere compatibili con la vocazione dei luoghi come, per esempio, quello della già realizzata cooperativa “Ripa rossa”.

    Il quinto intervento è stato quello di Franco Iezzi, presidente del Parco Nazionale della Majella. Dal suo intervento è risultato evidente come l’attenzione dell’Ente, come il sindaco D’Ascanio aveva rilevato definendo l’Ente Parco terzo soggetto assieme al Comune e a Italia Nostra, abbia allargato la sua visione fino a comprendere anche la valorizzazione e la promozione del territorio, oltre al principale compito istituzionale della sua salvaguardia. Egli si è detto favorevole ad incrementare la sinergia già in atto con due piccoli finanziamenti.

    C’è stato poi un sesto breve intervento del rappresentante della Kairos Solutions che ha presentato il suo progetto di organizzare meeting formativi all’interno di una realtà capace di creare armonia e coesione in ambito aziendale, coinvolgendo aziende attente all’incremento di valore del capitale umano di cui dispongono.

    Mariantonietta Firmiani, responsabile di Parallelo 42 e definita da chi la conosce lo tsunami o il katerpillar della cultura per l’energia e la grinta con cui porta avanti le sue iniziative, centra il suo intervento sul concetto, già più volte evocato nei vari interventi, di fare rete. Come suo costume, scende nel concreto e ipotizza alcuni esempi di interventi nella direzione che tutti hanno concordemente auspicato: coniugare valorizzazione del territorio, storia, arte, bellezza.

    Nell’intervento successivo il sindaco di Penne Rocco D’Alfonso (portava i saluti del governatore Luciano D’alfonso che, trattenuto a Roma da altro impegno, è stato costretto a privarsi di un incontro veramente interessante) ha dato atto al collega di Roccamorice che la sua azione amministrativa aveva portato al paese un incremento turistico del 20 per cento. Un incremento analogo, ha detto con giusto orgoglio, è stato realizzato nel Comune di Penne, proprio grazie a sinergie simili.

    L’ultimo intervento è stato quello dell’avvocato Marco Parini, Presidente Nazionale Dell’Associazione Italia Nostra. Dopo aver seguito con vivo interesse i vari interventi, s’è detto convinto che la progettualità in atto rappresenta un’esperienza importante per esaltare la spiritualità e la storia di questi luoghi e che porterà un ritorno di economia buona. Italia Nostra, ha detto, appoggerà con convinzione la richiesta di far riconoscere all’Unesco il sistema degli eremi, ricordando però che la spiritualità celestiniana è legata alla Perdonanza e questa alla città dell’Aquila. Da qui il suggerimento di avanzare all’Unesco una richiesta più ampia.

    A conclusione degli interventi, la ciliegina sulla torta: le slide con foto originali dei vari eremi, celestiniani e no, presentate da Edoardo Micati, studioso e appassionato, in materia competente come pochi. Le sue foto mostrano gli eremi anche prima dei restauri. Ogni notizia sugli eremi l’ha verificata andando sul posto, più di una volta e, per i meno accessibili, anche con tecniche alpinistiche.