BIJOY  JAIN

 
Bijoy Jain è nato a Mumbai nel 1965, quando la città si chiamava ancora Bombay. Si è laureato alla Washington University nel 1990. Ha lavorato a Los Angeles presso lo studio di Richard Meier. Ha aperto uno studio a Londra. E’ tornato infine in India, dove ha fondato lo Studio Mumbai. Percorso obbligato, data la personalità e la sensibilità di Bijoy. Se fosse rimasto in una metropoli occidentale nel primo periodo della sua crescita professionale, la sua architettura sarebbe stata inevitabilmente incanalata in una direzione contraria al suo sentire creativo.
“La scelta di tornare nella sua Mumbai e di aprire l’omonimo studio, aveva come fine quello di ideare e produrre in loco spazi utili agli indiani”, ha scritto Manuela Ravasio, redattrice di Studio e web editor di Marieclaire.it. Cosa senz’altro vera. Ma c’è dell’altro. Il motivo profondo, a mio giudizio, va cercato altrove. Avendo avuto la fortuna di poter scambiare (si fa per dire: senza il provvidenziale aiuto di una gentile rappresentante
della BSI Architectural Foundation lo “scambio” da parte mia si sarebbe ridotto a mero ascolto) parole con Bijoy Jain durante il pranzo in amicizia, quasi un’agape, che ha fatto seguito alla cerimonia dell’assegnazione del premio BSI SWISS ARCHITECTURAL AWARD, mi sono formato il convincimento che egli non abbia fatto altro che applicare a se stesso ciò che in seguito avrebbe richiesto agli artigiani che collaborano, facendone parte integrante, con lo Studio Mumbai. Nel mio processo cognitivo, paradossalmente, sono stato aiutato dalla scarsissima dimestichezza che ho con le lingue. Sollevato  dalla gentile amica dall’impegno della traduzione, ho potuto prestare tutta la mia attenzione all’uomo ed al suo linguaggio comportamentale.


STUDIO MUMBAI

vincitore    

BSI SWISS ARCHITECTURAL AWARD 2012


 
 
 
 

Jvaram Sutar e tutti gli altri carpentieri; Pandurang Malekar, Bhaskar Raut e tutti gli altri esperti di muratura e falegnameria tradizionale; i fabbri, i lattonieri e i tantissimi altri artigiani dello Studio Mumbai provengono da differenti regioni dell’India e sono portatori di differenti culture e tradizioni artigianali. Per conservare priva di contaminazioni questa ricchezza, Bijoy ha stabilito una rotazione nell’impiego degli artigiani, in modo che essi non si trasferissero a Mumbai, trasformandosi in emigranti, ma tornassero nei rispettivi villaggi durante i periodi di inattività. Ebbene, non ha forse egli fatto la stessa cosa? Il suo lasciarsi alle spalle Europa ed America non era un tagliare ponti, e la sua presenza oggi qui ne è la prova, ma un necessario ritorno a quell’humus culturale indispensabile alle radici dell’albero del suo ingegno per poter dare frutti. Frutti destinati non alla sola India: per essi il mondo intero è il giusto paniere, ma le radici no, quelle sono indiane e conficcate in India debbono restare. Non sradicare le persone dalle loro origini culturali oltre che giovare ai risultati del loro lavoro, giova evidentemente anche a loro stessi, conservando intatta la loro dignità di persone e la loro gioia di vivere, come le bellissime foto di Enrico Cano testimoniano efficacemente.

Durante il pranzo, ho espresso a Bijoy Jain il mio parere circa la funzionalità dei tre progetti presentati a concorso. La casa di uno scrittore. Un resort sull’Himalaia indiano. Una casa della pioggia. Li ho giudicati estremamente funzionali perché belli della stessa bellezza dei luoghi in cui sono stati realizzati. Ho naturalmente dichiarato la mia ignoranza in fatto di architettura, giustificando così l’uso dell’unico strumento che avevo a disposizione per esprimere un giudizio mio, non mutuato dalle autorevolissime persone presenti. “Meglio”, ha risposto sorridendo alla mia confessione d’ignoranza, dichiarandosi lieto che il suo lavoro venisse compreso ed apprezzato anche da un non addetto ai lavori.



    Sviluppo sostenibile, energia rinnovabile, filiera biologica, filiera alimentare corta, chilometri zero, sistemi ecocompatibili, queste sono le parole della nuova frontiera. Oggi la sfida si gioca nel realizzare filiere e sistemi più efficienti, nel rispetto dell’ambiente che non ne viene violentato ma valorizzato con un inserimento di tipo simbiotico, così che la qualità di vita dell’uomo ne risulti migliorata. In questo quadro, forse un aspetto sembra oggi essere lasciato ancora un po’ in ombra: quello degli edifici. Ancora troppo poco, e prevalentemente tra esperti di architettura, si sente parlare di architettura ecologica.

Ben vengano allora iniziative come il BSI Swiss Architectural Award che ammonta a 100.000 franchi, qualificandosi quindi come uno dei premi di architettura di maggiore contenuto economico a livello internazionale, che premia il lavoro di giovani architetti, al massimo cinquantenni, di tutto il mondo, che abbiano realizzato almeno tre opere particolarmente attente all’equilibrio ambientale ed alla qualità della vita, contribuendo così fattivamente al miglioramento della cultura architettonica contemporanea, nella direzione accennata.



Palmyra House



Bijoy Jain, giustamente considerato tra i pionieri dell’architettura ecologica, secondo me, non si limita a rispettare l’ambiente in cui costruisce, nel senso che il luogo in cui andrà a realizzare l’edificio non rappresenta per lui un qualcosa di esterno da rispettare, ma il primo, fondamentale elemento del suo progetto. Per Palmyra House il palmeto rappresenta il primo passo, il fondamento, il primo tratto di matita del progetto. Senza di esso, sarebbe nato un edificio diverso.



Leti 360 Resort


Qui la chiave di volta del progetto è l’Himalaya. Se si toglie la montagna, la volta viene giù e resta una semplice esercitazione di buona architettura.




Copper House II




Nessuno, nemmeno lo stesso Bijoy Jain, potrebbe mai togliermi dalla testa che questa casa è stata progettata e costruita attorno alla pioggia.